A cena con il lupo

„Italia e Germania, Paesi la cui storia si intreccia in un perenne rapporto conflittuale di odio-amore, sono parte della vita di Liborio Pepi come della sua attività di insegnante e di scrittore. Nel romanzo A cena con il lupo essi si trasfigurano cambiando nome e confini geografici: Esopia e Reich der Wahrheit sono le nuove entità politico-culturali dell’Europa di un prossimo (immaginario?) futuro. Qui i rapporti umani sono regolati da un ordine gerarchico che, per quanto voglia dirsi illuminato, si fonda su teorie di stampo razziale che mirano all’uniformità del sentimento e del pensiero. E quando Giovanni Sollazzi, esopo di belle speranze che aspira alla totale integrazione nel mondo dei Giusti, si innamora di Heva, perfetta creatura del Reich, nel meccanismo qualcosa si inceppa…

Il romanzo può leggersi come storia d’amore, come ironica trattazione socio-politica, o come un’unica, grande metafora delle tante contraddizioni dell’essere: elemento maschile e feminile, ragione e sentimento, opposti interessi e concezioni di vita. Ma una possibile lettura non disturba l’altra e tutte possono coesistere nella massima libertà di inter-pretazione: questa la principale qualità del romanzo, che risulta insolito, profondo e divertente al tempo stesso.“

Questa fu la recensione scritta da qualcuno della casa editrice di questo libro finito di scrivere nel 1995 e  pubblicato a mie spese nel 1997. Era un periodo in cui credevo che ogni parola scritta doveva essere valutata, pesata e il risultato fu un „mattoncino“; -ino  nel limitato numero di pagine, mattone in quanto a pesantezza. Nel pieno delle mie forze mi ero immaginato vecchio e malato in un ipotetico futuro posteuropeo, un vecchio che pensava alla sua giovinezza.-Ai posteri l’ardua sentenza-

Liborio Pepi


 

A cena con il lupo

 

Ora che sono già anni, passati nell’obbligo di convogliare il flusso della vita, facendolo defluire tra degli argini adatti sia a non strozzarne la portata, sia a impedirgli di straripare, inondando violentemente, trascinando animali annaspanti, piante sradicate, fango, distruzione, morte, terrore, ora un quieto racconto potrebbero diventare le mie parole, saggia è la mia età, decrepito il mio corpo.

Ora sto nella calma necessaria per dedicarmi a me stesso, senza nessun offuscamento dei ruoli che ho assunto nelle diverse situazioni.

Ora mi immagino un compiacente interprete voglioso di leggere cosicché io possa avere un mezzo in più per andare avanti.

Adesso è tempo di dedicarsi al lettore, altrimenti fuggirebbe annoiato, mancandogli il giusto leggere, necessario al possesso della conoscenza dei fatti.

E potete credermi che ne ho di situazioni da sbrigliare, forse non così ben intrecciate, ma sicuramente più sofferte di quelle narrate nei libri della biblioteca che sta nei saloni sotto la mia cella. No, non abito in un carcere, anche se per molti versi sono un recluso.

Di tanto in tanto arrivano dei lettori: a volte singolarmente, raramente in gruppetti e si inerpicano su per questo monte, ansimanti compiono gli ultimi cento metri della ripida passerella, sospesa sul vuoto di una caldera circondata da costoni di roccia friabile.

Quieta si fa l’attesa nella maestosità della biblioteca, e trovo sempre sufficiente tempo per allontanarmene prima che entri un altro lettore.

E le parole emergono dalla memoria e sono involucri di mosaici in continua metamorfosi.

E le parole creano il lettore e testimoniano il magico scaturire di immagini da segni scritti, segmenti di un circolo di associazioni nati nella chimica del pensare, prodotta dal susseguirsi delle esperienze.

Ah come incanutisce il capo, si raggrinza la pelle, atrofizzano i muscoli, dolgono le articolazioni.

E il mio corpo invecchiato sente pungere la piastrina conficcata nel braccio sinistro; ora la deperibile e flaccida carne sente il peso del confronto con l’eterna cosa.

Ma allora no.

Non era l’anno 1984, né allora, all’epoca in cui si svolsero i fatti, né oggi lungo periodo di riflessione necessario al racconto. Confesso che sono più le ore passate nelle altre attività che quelle dedicate alla seguente storia, che purtroppo non sarà il frutto di irreali pensieri, bensì il tentativo di analizzare dei fatti, ai quali ancora mi astengo dall’attribuire delle qualità. Probabilmente lo farò man mano che i segni magici delle lettere fisseranno simboli e messaggi relativi all’accaduto.

Dai miei interlocutori, dalla vita, dai libri, dai personaggi reali e fittizi, dai gesti e dalle finzioni, e da una frase di mio nonno, sarei tentato di iniziare nel seguente modo:

«Addi…», oppure: « Nell’anno del Signore…»

Ma lascio perdere, che la prima è una forma sorpassata e la seconda anche antica, e le cose antiche hanno una portata troppo grande, non contenibile in involucri atti a custodire, ripescando dalla memoria, i seguenti fatti, vissuti in dei giorni pur molto simili a tanti altri, sia anteriori che posteriori, eppure così unici come momenti, così determinanti per quello che sarebbe stato il mio futuro.

I

 

Era una serata d’ottobre non molto più fredda e ventosa di altre e non mi interessava sapere che ora era. Era un piacere starsene sdraiato, nudo, nel calduccio della mia tana — ma di una tana degna di un re in esilio – dopo una bollente doccia, rabbrividivo ancora al pensiero del mio mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento. Ero scivolato lesto lesto tra i battenti della porta del mio rifugio, più veloce dell’ingresso di qualche folata di polvere. Non avevo avuto neanche il tempo di togliermelo quel cappotto ricoperto di freddo, allorchè era squillato il video-telefono. Avevo visto affacciarsi il volto del „Grande Fratello“. Grande Fratello era Marco. Anche lui chiamava me Grande Fratello. Questo era il nomignolo con cui ci apostrofavamo scherzosamente, senza nessuna allusione ad Orwell. Quel soprannome, come del resto i soprannomi in genere, era il titolo di una storia, di una farsa avevano detto certe persone, mentre per quanto mi riguardava preferivo rinunciare a qualsiasi definizione, visto che si trattava della mia vita, di una vita probabilmente norma-lissima nella sua unicità, ma svolta in ambienti forse veramente un po‘ strani, certamente grossolani e burleschi in molte delle loro caratteristiche. Ad ogni modo nel lungo gioco spensierato ehe conducevamo in un mondo molto problematico, un gioco condotto da ragazzacci (anche se non più giovanissimi), combinavamo, talvolta, qualche monelleria, e se scoperti, scaricavamo la responsabilità sull’altro: lui diceva che era colpa mia, e io che era colpa sua. Quasi come se ognuno non avesse avuto la propria testa. Naturalmente era tutto un gioco.

Marco mi aveva riferito di un invito a cena; ad una cenetta privata a casa di una Giusta. Nell’invito si desiderava che Marco portasse con sé un altro lupo, un altro bell’esemplare Esopo. E io ci sarei andato molto volentieri, altro che se ci sarei andato, ci sarei andato, di corsa, subito. Ma sapevo che io nella mia funzione di lupo non ero voluto.

Quanto avrei voluto rivedere quella donna. E di tentativi ne avevo fatti. Mi rilessi l’ultima lettera che le avevo scritto ma non ancora spedito:

Ricordare trasforma il rapporto con un passato che si lascia scorrere come acqua mischiandosi ora a questo, ora a quell’altro. Neanche il tuo di ricordo è concluso: continua a scorrere tra gli argini dati dalle situazioni in cui mi muovo. Certo il tuo viso è rimasto quello di un giovane essere, e mi sta scolpito nel cuore. Tante volte lo cerco, quanta energia mi dona lo scorrere lungo le linee del tuo volto. Ah potessi stringerti a me. So che è un desiderio irrealizzabile, ma sta tranquilla non ne soffro. Sono realista quel tanto che basti da permettermi di sapere che non si può abbracciare tutto il mondo. E quel tuo giovane dolce volto è più grande di tutto il mondo. Già i tuoi occhi reggerebbero il confronto con i più grandi laghi vulcanici. Le tue guance sono più vaste dei due emisferi terrestri: lunghissimi sono i periodi necessari a sfiorarne ogni poro. Non mi stanco mai, che il riflesso chiaro nel ricordo che di te ho, mi aiuta a non disperare per la rapidità con cui il presente precipita nel passato. Le tue labbra schiuse inghiottono una lunga sfilza di aggettivi di lode e ammirazione per la tua bocca che ritrovo li in della frutta, là in nessun’altra donna. E la vista, la mia, si scalda alla tua. Quanto parla questo silenzio, amo questa solitudine che mi permette di ricominciare daccapo, questa volta dal tuo naso. E precipito subito nei tuoi occhi. Un oceano. Perché quella lacrima? Un timido brillio di una perla opaca. Una goccia sgorga e discende sulla tua guancia costeggiando il naso, si ferma sul bordo del labbro, e la tua testa reclina si appoggia al mondo. Io rido, sorrido al dolore di un ricordo che non muore.

Anche quest’ultimo mio tentativo sarebbe rimasto senza risposta, ma questa volta a causa mia, visto ehe non avrei mai spedito quell’ultima lettera.

È vero, non stavo per niente bene in quell’ottobre freddo e triste. Provavo un’indifferenza sfociata in una vergognosa pigrizia. In genere non ero pigro, tutt’altro: conducevo una vita molto attiva. Del resto vivevo in due paesi: domicilio in uno degli staterelli della penisola esopa, residenza in Reich der Wahrheit. O era il contrario? Accidenti ai vocaboli burocratici; allorché arrivai in Reich der Wahrheit molti anni fa, ero completamente a digiuno di quelle parole che pur considerando astruse, aliene, avrei voluto più vicine, per sapermi arrangiare meglio in quel paese tutto da scoprire. Venivo da lontano e volevo andare lontano. Ma quei momenti non erano semplici. Mi consolava il fatto, lo scoprivo man mano che il tempo passava, che non era solo una carenza mia: „anmeldarsi“ era in uso dire tra gli Esopi residenti (ah, ecco: residenza era quella che avevo qui) nel paese dei Giusti per definire l’atto burocratico che rendeva confacente alle leggi il prendere domicilio in questo paese, e riaccidenti! domici­lio o residenza?

Non è facile trattare di fatti svoltisi in quegli anni, e ardua l’impresa di un’esposizione obiettiva, distaccata. E non e semplice il rinvangare per la memoria: talvolta gli avvenimenti si assomigliano e si confondono; altre volte i ricordi ripugnano, soprattutto quelli di delitti capitali; e spesso per una mente provata dagli anni, non è semplice puntare il fascio di luce del ricordo sull’oggetto della volontà, non sono nitidi i particolari, e appaiono solo sagome scure di profili in controluce.

Fortuna delle fortune è l’aver ritrovato degli appunti buttati giù in quel periodo, e per amore della verità ve li mostrerò. Ma non ora, gli anni trascorsi mi hanno insegnato la correttezza di fare la cosa giusta nel momento giusto. E poi lasciatemi godere del piacere di raccontare, datemi l’illusione che siate ad ascoltare interessati all’argomento e, almeno, non annoiati dal mio modo di riferirvi le cose.

Nella penisola esopa, e in generale in tutte le regioni non comprese nel territorio del Reich der Wahrheit i dialetti regionali, locali, avevano preso il sopravvento sulle lingue nazionali, ormai relegate a clandestini scaffali, nascosti nei posti più remoti, accessibili a poche persone. Anche gli abitanti del territorio compreso tra le Alpi e la costa africana, si erano ripartiti in una miriade di città-stato. Comunicavano nei dialetti derivati dalla lingua italo-europea, quella lingua sviluppatasi nell’esistenza della confederazione europea. L’unione si era disintegrata a causa di una logica perversa che aveva visto l’Europa contro il mondo, i singoli stati europei contro l’Europa, le singole regioni contro lo stato, le provincie contro le regioni, i comuni contro le provincie, i quartieri contro i comuni, le famiglie contro i quartieri, e gli individui contro le famiglie. Anche l’Italia politica non esisteva più. La penisola era divisa in centinaia di staterelli in perenne lotta tra loro, accecati dalla difesa campanilistica del proprio territorio. Ogni città usava la sua lingua, e accentuava fino all’esasperazione le differenze con le zone limitrofe. Per fortuna, già da anni, erano stati banditi gli eserciti: le guerre, le battaglie erano parte della memoria di un passato cruento, sanguinoso. Era come se la natura umana avesse dato vita a delle inibizioni contro la guerra. Le innumerevoli dispute venivano risolte in altro modo, in un modo per niente nuovo, anzi, al contrario antichissimo: il duello. Di gente ne moriva già troppa a causa delle diffuse malattie incurabili a breve decorso: nel giro di poche ore una persona in perfetta salute poteva ammalarsi e morire.

E si moriva per motivi che la scienza sapeva spiegare ma non eliminare: erano, in buona parte, errori del sistema immunitario.

Quante vite ancora verdi furono stroncate da un semplice bicchiere di latte di mucca: una quantità abnorme di anticorpi invece di aggredire le proteine del latte di muc­ca, distruggeva quelle che producevano insulina; quante stragi causate da prolifici cuginetti del bacillo del tifo; e allergie alimentari: dopo aver addentato un cibo le labbra e la lingua si gonfiavano, la gola si stringeva e una nausea violenta faceva vomitare, poi tra l’indifferenza dei presenti ormai abituati a scene simili, il respiro si faceva difficile, il volto cianotico, e perdita di conoscenza; ancora un morto; diagnosi: allergia alimentare, shock anafilattico da allergia alimentare.

Persino i più semplici cibi nascondevano minacce, insidie e frodi. Anche le teste calve di quasi tutti i Richtig­mensch sia uomini che donne che non solo venivano al mondo privi di capelli, ma ci restavano anche per tutta la vita, erano spesso bisognose di nascondere la calvizie con parrucche e parrucchini.

Quanti estetisti esercitavano e quanti sepolcri là all’ombra dei cipressi, qua dei faggi piantati intorno alle mura delle città, attaccate da una natura infida, forte, più forte che mai, più bella che mai nel suo rigoglire selvaggio.

Comunque stavo dicendo che in genere ero molto attivo, anche se dovrei differenziare tra l’essere attivo in Esopia e il mio modo di agire nell’illuminato Reich. Non è facile correre sul filo di un discorso veloce, rischio di

smarrirmi tra il marasma delle vie per le quali agiscono i protagonisti dei seguenti fatti.

Ecco la dimenticanza di spiegare l’origine del vocabolo „anmeldarsi“, allora: se uno straniero voleva stabilirsi nel Reich der Wahrheit, una volta superato il fatidico test „Musterung“ atto a stabilire l’idoneità, soprattutto della psiche dell’individuo, che le condizioni fisiche erano certamente superiori alle loro, almeno per quanto riguardava gli anticorpi, doveva presentare domanda dell“Aufenthaltserlaubniss“ (permesso di soggiorno), e per potere fare questo bisognava prima dimostrare di avere già un’abitazione ed essere iscritto all’anagrafe, naturalmente dopo aver ricevuto la bramata firma dell’affittuario, il quale affittuario ti concedeva la sua firma se avevi già un per­messo di soggiorno. Dunque per avere il permesso di soggiorno bisognava essere iscritti all’anagrafe, ma per poter ricevere il certificato di residenza dovevi prima avere avuto la fortuna di trovarti una casa, che non ti veniva data se non possedevi il permesso di soggiorno, per non parlare del lavoro… Arbeiterlaubnis, Arbeit­splatz, Arbeitlosengeld, Arbeitslosenhilfe, Sozialhilfe, senza una lira, capite?

La vita continuava ad essere complicata. Ed arrangiarsi era normale. Bisognava sapersi districare, tra quei grattacieli di vetro e di acciaio svettanti tra edifici più bassi di epoca antecedente. Senza farsi fregare in quelle maree di onde magnetiche necessarie alla fitta rete dell’elettronica che dominava la vita dei Giusti e della minoranza di cui anche io facevo parte.

E non rimaneva molto tempo a disposizione per ricerche lessicali. Ci si arrangiava anche con le parole e sorgeva un nuovo gergo e da Anmeldung vocabolo tedesco che per un nuovo arrivato significava: risolvere il dilemma : a) prima la casa o il permesso di soggiorno b) ore di fila e) un  impiegato scontroso e una lingua cacofonica, ermetica d)  una tassa da pagare , e il sollievo di sentirsi in regola con lo stato ( almeno in questo) dicevo da Anmeldung si coniava anmeldarsi verbo esopo-richtig della prima coniugazione, riflessivo. Ne segue la coniugazione: io mi anmeldo, tu ti anmeldi, lui, lei si anmelda… anche Heva si era anmeldata, che in un altro contesto significa farsi vivo. Si era fatta viva organizzando una cena.

Di solito mi precipitavo, preso per la gola accettavo gli inviti di questo genere. Mi piaceva la compagnia, soprat­tutto quella femminile. Potevo vantarmi di avere un certo successo con le donne, ma non pensate che sia stato uno spaccone, per carità! Non voglio dire di essere stato particolarmente bello o al di sopra della norma, il fatto è che conoscevo un piccolo accorgimento: bastava far sentire la donna donna, bastava saperla lusingare con parole semplici nel silenzio del suo cuore avvolto in un groviglio di frasi sinuose, problematiche, dette da uomini-falene che giravano e giravano intorno alla fiamma che li attraeva fino all’autodistruzione, dimentichi che la bocca, le bocche, la propria bocca e la bocca dell’interlocutrice, non servono solo a parlare, ma a baciare, mordere, mangiare, succhiare. Quante malattie assillavano i Richtig­mensch. Molto diffusa era la Dsi (desiderio sessuale ipoattivo) che conduceva ad anni di astinenza, a lunghi periodi vissuti nella discussione di problemi e della relativa soluzione con la conseguente morte dell’eros.

Per quanto mi riguarda, io, mi sentivo più un leggero Pegaso pronto a librarsi rapidamente sul sentimento premuroso che sà percepire la fatica espressa da un viso, reso più bello dallo sforzo, bisognoso di lusinghe. Ma Pegaso anche se alato è sempre un cavallo e se necessario sà anche scalciare. Anch’io come latino ero soggetto alla sindrome del Cbs (comportamento sessuale compulsivo), l’ossessione della sessualità, una sessualità coatta, frenetica, masturbazione a raffica; quale disturbo doloroso quel desiderio sessuale che invece dovrebbe fluire normalmente tra due persone che si piacciono. Sarò stato anch’io una persona ansiosa che rispondeva allo stress con enormi scorpacciate di sesso, di un sesso senza amore, intimità, piacere, ma solamente sollievo.

Contrariamente al solito, l’idea di una cena, di quella cena, mi costernava. Sentivo tutto il peso del ruolo che avevo ormai assunto nella costellazione delle persone che avrebbero desinato intorno a quel tavolo. II ruolo del lupo, del lupo preso in trappola. E invece no! Questa volta il lupo se ne sarebbe stato rintanato, dedito all’ozio, magari davanti al televisore a sedici pollici, in bianco e nero, avuto in possesso per dieci marchi, grazie ad un annuncio letto sull’Avis. Lei voleva sí un lupo ma non me. Ed io lupo lo ero eccome, ma in quel caso ad una ben determinata persona evidentemente non apparivo più come il lupo, bensì come l’agnello! Ed ecco che mentre sentivo battere il cuore come se portassi in petto una bestia impazzita, turbato, ebbi come una illuminazione divina, suggeritami da un consiglio televisivo di un Padre della Patria: Alberto sarebbe stato il lupo adatto a quella compagnia: perché se io ero un lupo, ed in questo caso un lupo caduto in trappola, allora Alberto era un licantropo, un lupomannaro! E Capuccetto Rosso? Alla cena sarebbe stata presente anche una Capuccetto Rosso che avevo già avuto nella pancia, o forse sarebbe meglio di precisare chi era in quale pancia. II „Lupo-Alberto“ sarebbe stato l’ideale.

Lupo-Alberto, Lupo-Giovanni (Giovanni sono io), Lu­po-Alberto …-Giovanni. Ah di quali angeliche ali è provvisto a volte il pensiero; innalzano la risposta e ne fanno una soluzione: il Lupo sarebbe andato alla festa, ma non sarei stato io, non sarebbe stato Alberto. Mi sarei camuffato da Alberto e avrei recitato il ruolo comune a me e a lui: quello del Lupo. Sarei stato: Lupo-Alberto-Giovanni. E mi perdonassero i Padri della Patria che involontariamente mi hanno ispirato questo inganno. Bontà delle decisioni improvvise, non meditate. Fui subito attivo: ho telefonato a Marco e gli ho chiesto di accettare l’invito e di comunicare la partecipazione del Lupo, del Lupo-Al­berto.

Non dovetti dare molte spiegazioni a Marco, che lo conoscevo da moltissimi anni e ci eravamo capiti al volo, sempre. Non conducemmo mai lunghi discorsi: siamo stati ambedue amanti delle singole parole, capaci di co­municare l’eccitamento di idee simultanee. Inoltre lottammo tutti e due contro la cirrosi epatica, meglio la sfidavamo. Sfidavamo quella morte che sembrava disinteressarsi di noi: era come se fossimo stati immuni a tutte le allergie alimentari che falciavano la popolazione, eh si sà: l’erba cattiva è dura a morire. Fu come una gara nichilista: chi sarebbe riuscito ad autodistruggersi prima? Ed è lui che ha vinto: la palma della vittoria gli è stata consegnata personalmente dalla morte. Requiem.

Fatto strano: eravamo molto amati come buffoni di corte, animatori di serate, clown occasionali, e anche come oratori di temi filosofici. Ma tra di noi mai. Spesso, in compagnia di altre persone, calava tra di noi il silenzio verbale. Comunicavamo con i segni, forse un fattore di intimità? Ma non immaginatevi che stavamo lì a gesticolare esagitatamente o al contrario a farci dei gesti segreti alla maniera di due giocatori di briscola che non vogliono far capire agli avversari il valore delle carte. Noi comunicavamo in modo naturale: era sufficiente una grattatina alla testa o che so io un impercettibile movimento delle spalle.

Non era da escludere la possibilità che in gruppo, in Reich der Wahrheit, in presenza di altre nazionalità avremmo dovuto comunicare nella lingua capita da tutti, per non essere scortesi, e questo ci avrebbe fatto sentire ridicoli, come se in un gruppo musicale un chitarrista avrebbe dovuto suonare, che so, il trombone.

Invece, qualche sera dopo, ad un’estetista avevo dovu­to spiegare per filo e per segno come avrei voluto apparire. E vi assicuro che le migliori estetiste del mondo esercitavano proprio nel mondo dei Giusti, espertissime di capelli e creme, di parrucche e profumi tanto necessari ad un popolo composto di gente che era, per motivi allora inspiegabili per la mia mente da sottosviluppato, priva di capelli ma abbondante di peli su quelle pelli bisognose di luce e di cure. L’estetista lavorava metodica e io, nel guardarmi allo specchio, man mano che assumevo le sembianze di Lupo-Alberto, crescevo di gioia maliziosa. Mi attaccò un parrucchino di capelli ricci e fulvi (che colla resistente ha usato: il parrucchino restò ben attaccato al mio capo anche quando fu sferzato dal terribile vento del nord che batte Amburgo). L’estetista stirò, allungò, truccò i connotati del mio viso, infine mi adornò di una bella barba piena, soffice, brizzolata. C’era solo un pelo del baffo finto che mi solleticava nelle narici, intervennero subito le magiche manine della maga: con un deciso colpo di forbice allontanarono da me il pelo e dallo spavento per quell’atto così brusco morì sul nascere il mio interesse per quelle manine e per il resto. Sfidavo Cappuccetto Rosso a riconoscermi, pregustavo il piacere della rivincita, ero pronto al duello con quella figlia dei Padri della Patria.

(continua)

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