Archiv der Kategorie: Erzählung

Valeria pensa alla cena

La sindaca ci ha invitati a una cena per risarcici dei guai che avevamo dovuto sopportare nell’ascensore bloccato. Mi ha chiesto se era possibile di fare la cena nel mio ristorante. Certo- ho detto. Per me la cosa può essere solamente positiva; nuovi clienti, la sindaca, magari contatti utili. È un ‚ottima occasione  per approfondire la conoscenza di quest’architetto molto simpatico che si chiama Raffaele. La sindaca aveva spedito una lettera ufficiale molto cortese. Adesso devo veramente sforzarmi di dare il meglio: un menù straordinario! Ma cosa preparo? Devono essere delle specialità regionali, un po‘ mare e monti. Per iniziare, preparo un’insalata tiepida con polpo e patate. Poi, come primo, faccio delle trofie con un pesto verde di basilico e pinoli. Poi – un pesce. Stoccafisso- forse troppo particolare. Vediamo domani mattina, passo dalla pescheria, chissà forse hanno pescato del pesce spada o dorate. Per quelli che preferiscono della carne , farò del cinghiale con funghi porcini. Per dolce… sorbet gusto limone o panna cotta con i frutti di bosco. Il vino? Rossese di Dolceacqua e un Vermentino, vediamo che c’è in cantina. Ma la cosa più importante: devo fissare un appuntamento dalla parrucchiera e portare la mia roba nera al lavasecco.

Valentino nell’ascensore

Siccome lavoro come avvocato ho molti „amici“ nel commune e tra i politici. Oggi ho un apuntamento con la sindaca della “citta che non c`e´”. Noi ci incontriamo ogni quattro settimane per fare il punto della situazione. Sono venuto nel municipio alle undici e sono entrato nell‘ ascensore….

Nell´ ascensore bloccato rimango calmo e telefono al portiere per chiamare il servizio dell´ ascensore….

„Io ero in centro“

L´ascensore era sovraccarico e perciò si è bloccato. È ammesso per cinque persone unicamente ed è già un po’ attempato. Questo fatto è un tema permanente tra la sindaca e me. Chissà forse dopo oggi non lo sarà più.

Cosi è successo quello che sarebbe dovuto succedere: stamattina l´ascensore si è fermato con sei persone nel suo interno, tra cui  la figlia della sindaca.

La situazione fu ancora aggravata dal mancato funzionamento dell’allarme.  Normalmente, in  questo caso, è compito mio di risolvere l’incidente disponendo il necessario.

Ma io espletavo, per ordine della sindaca, delle operazioni nella città.

Perciò nessuno si accorgeva dell´incidente per più di mezz’ora e cinque persone ( Valentino, Lucia, Raffaele, Valeria, Antonello) restavano rinchiusi nel piccolissimo ascensore scuro.

Rientrando neanche io  potei liberare la piccola comunità involontaria.

Alla fine ci  riuscirono i pompieri.

Dove io abito

 

Per ritornare a casa, devo percorrere delle strade che mi portano attraverso il centro della città.

In città preferisco guidare in moto , così sono più veloce e flessibile.  Il quartiere dove abito io si trova sopra il centro.

È un bel posto, il più tranquillo e pulito e anche il più verde della città.

Di là è possibile di vedere nei dintorni, si vede un po`di mare e il verde del bosco.

La casa dove abito io si trova in una piccola strada acciottolata. Qui tutte le case hanno dei  giardini più o meno grandi, con dei  muri che circondano il terreno.

Grazie ai giardini  ci sono sempre alcune piante che fioriscono tutto l`anno.

È veramente un luogo dov`è possibile di riposarsi.

La nostra casa è una vecchia casa, di costruzione molto bella, con colonne accanto alla porta d`ingresso. Cinque anni fa , tutta la casa è stata restaurata.  Non si vede subito che noi condividano la nostra casa con due famiglie.

Dopo il restauro della casa abbiamo deciso che a noi basta la penthouse, con una grande terrazza.

Perciò abbiamo dato in affitto il pianterreno e il primo piano.

La nostra penthouse è molto luminosa, perché ai due lati ci sono vetrate  quasi dappertutto .

Aprendo la porta d `ingresso della penthouse si può subito vedere  molto lontano nei dintorni.

Usiamo l’atrio come stanza da pranzo, il quale si collega con la cucina alla sinistra , tutta aperta, con un bancone nel quale si trova il piano di cottura.

Alla destra,  l’atrio si collega con il salotto. I nostri mobili sono in stile moderno ma tuttavia comodi.

Abbiamo cambiato le cose moderne con gli oggetti che abbiamo  accumulato durante le nostre vacanze.

Davanti a  tre lati del nostro appartamento c`è una grande terrazza, che  usiamo sempre se fa tempo bello.

Sulla terrazza ci sono tante piante da vaso, è un passatempo di mia moglie,  occuparsi delle piante.

Dal salotto si entra in un corridoio, dove si trova un bagno piccolo per gli ospiti, accanto c`è una camera per gli ospiti, che noi usiamo ogni tanto per fare un po‘ di sport.

Di fronte a questa camera c`è un’altra camera che usiamo come ufficio. Fino a qui si estende la terrazza, la quale ha quasi la  forma di una L.

Alla fine del corridoio c è un`altra porta.  Dietro la porta c`è la camera da letto, con un bagno incluso.

A cena con il lupo

„Italia e Germania, Paesi la cui storia si intreccia in un perenne rapporto conflittuale di odio-amore, sono parte della vita di Liborio Pepi come della sua attività di insegnante e di scrittore. Nel romanzo A cena con il lupo essi si trasfigurano cambiando nome e confini geografici: Esopia e Reich der Wahrheit sono le nuove entità politico-culturali dell’Europa di un prossimo (immaginario?) futuro. Qui i rapporti umani sono regolati da un ordine gerarchico che, per quanto voglia dirsi illuminato, si fonda su teorie di stampo razziale che mirano all’uniformità del sentimento e del pensiero. E quando Giovanni Sollazzi, esopo di belle speranze che aspira alla totale integrazione nel mondo dei Giusti, si innamora di Heva, perfetta creatura del Reich, nel meccanismo qualcosa si inceppa…

Il romanzo può leggersi come storia d’amore, come ironica trattazione socio-politica, o come un’unica, grande metafora delle tante contraddizioni dell’essere: elemento maschile e feminile, ragione e sentimento, opposti interessi e concezioni di vita. Ma una possibile lettura non disturba l’altra e tutte possono coesistere nella massima libertà di inter-pretazione: questa la principale qualità del romanzo, che risulta insolito, profondo e divertente al tempo stesso.“

Questa fu la recensione scritta da qualcuno della casa editrice di questo libro finito di scrivere nel 1995 e  pubblicato a mie spese nel 1997. Era un periodo in cui credevo che ogni parola scritta doveva essere valutata, pesata e il risultato fu un „mattoncino“; -ino  nel limitato numero di pagine, mattone in quanto a pesantezza. Nel pieno delle mie forze mi ero immaginato vecchio e malato in un ipotetico futuro posteuropeo, un vecchio che pensava alla sua giovinezza.-Ai posteri l’ardua sentenza-

Liborio Pepi


 

A cena con il lupo

 

Ora che sono già anni, passati nell’obbligo di convogliare il flusso della vita, facendolo defluire tra degli argini adatti sia a non strozzarne la portata, sia a impedirgli di straripare, inondando violentemente, trascinando animali annaspanti, piante sradicate, fango, distruzione, morte, terrore, ora un quieto racconto potrebbero diventare le mie parole, saggia è la mia età, decrepito il mio corpo.

Ora sto nella calma necessaria per dedicarmi a me stesso, senza nessun offuscamento dei ruoli che ho assunto nelle diverse situazioni.

Ora mi immagino un compiacente interprete voglioso di leggere cosicché io possa avere un mezzo in più per andare avanti.

Adesso è tempo di dedicarsi al lettore, altrimenti fuggirebbe annoiato, mancandogli il giusto leggere, necessario al possesso della conoscenza dei fatti.

E potete credermi che ne ho di situazioni da sbrigliare, forse non così ben intrecciate, ma sicuramente più sofferte di quelle narrate nei libri della biblioteca che sta nei saloni sotto la mia cella. No, non abito in un carcere, anche se per molti versi sono un recluso.

Di tanto in tanto arrivano dei lettori: a volte singolarmente, raramente in gruppetti e si inerpicano su per questo monte, ansimanti compiono gli ultimi cento metri della ripida passerella, sospesa sul vuoto di una caldera circondata da costoni di roccia friabile.

Quieta si fa l’attesa nella maestosità della biblioteca, e trovo sempre sufficiente tempo per allontanarmene prima che entri un altro lettore.

E le parole emergono dalla memoria e sono involucri di mosaici in continua metamorfosi.

E le parole creano il lettore e testimoniano il magico scaturire di immagini da segni scritti, segmenti di un circolo di associazioni nati nella chimica del pensare, prodotta dal susseguirsi delle esperienze.

Ah come incanutisce il capo, si raggrinza la pelle, atrofizzano i muscoli, dolgono le articolazioni.

E il mio corpo invecchiato sente pungere la piastrina conficcata nel braccio sinistro; ora la deperibile e flaccida carne sente il peso del confronto con l’eterna cosa.

Ma allora no.

Non era l’anno 1984, né allora, all’epoca in cui si svolsero i fatti, né oggi lungo periodo di riflessione necessario al racconto. Confesso che sono più le ore passate nelle altre attività che quelle dedicate alla seguente storia, che purtroppo non sarà il frutto di irreali pensieri, bensì il tentativo di analizzare dei fatti, ai quali ancora mi astengo dall’attribuire delle qualità. Probabilmente lo farò man mano che i segni magici delle lettere fisseranno simboli e messaggi relativi all’accaduto.

Dai miei interlocutori, dalla vita, dai libri, dai personaggi reali e fittizi, dai gesti e dalle finzioni, e da una frase di mio nonno, sarei tentato di iniziare nel seguente modo:

«Addi…», oppure: « Nell’anno del Signore…»

Ma lascio perdere, che la prima è una forma sorpassata e la seconda anche antica, e le cose antiche hanno una portata troppo grande, non contenibile in involucri atti a custodire, ripescando dalla memoria, i seguenti fatti, vissuti in dei giorni pur molto simili a tanti altri, sia anteriori che posteriori, eppure così unici come momenti, così determinanti per quello che sarebbe stato il mio futuro.

I

 

Era una serata d’ottobre non molto più fredda e ventosa di altre e non mi interessava sapere che ora era. Era un piacere starsene sdraiato, nudo, nel calduccio della mia tana — ma di una tana degna di un re in esilio – dopo una bollente doccia, rabbrividivo ancora al pensiero del mio mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento. Ero scivolato lesto lesto tra i battenti della porta del mio rifugio, più veloce dell’ingresso di qualche folata di polvere. Non avevo avuto neanche il tempo di togliermelo quel cappotto ricoperto di freddo, allorchè era squillato il video-telefono. Avevo visto affacciarsi il volto del „Grande Fratello“. Grande Fratello era Marco. Anche lui chiamava me Grande Fratello. Questo era il nomignolo con cui ci apostrofavamo scherzosamente, senza nessuna allusione ad Orwell. Quel soprannome, come del resto i soprannomi in genere, era il titolo di una storia, di una farsa avevano detto certe persone, mentre per quanto mi riguardava preferivo rinunciare a qualsiasi definizione, visto che si trattava della mia vita, di una vita probabilmente norma-lissima nella sua unicità, ma svolta in ambienti forse veramente un po‘ strani, certamente grossolani e burleschi in molte delle loro caratteristiche. Ad ogni modo nel lungo gioco spensierato ehe conducevamo in un mondo molto problematico, un gioco condotto da ragazzacci (anche se non più giovanissimi), combinavamo, talvolta, qualche monelleria, e se scoperti, scaricavamo la responsabilità sull’altro: lui diceva che era colpa mia, e io che era colpa sua. Quasi come se ognuno non avesse avuto la propria testa. Naturalmente era tutto un gioco.

Marco mi aveva riferito di un invito a cena; ad una cenetta privata a casa di una Giusta. Nell’invito si desiderava che Marco portasse con sé un altro lupo, un altro bell’esemplare Esopo. E io ci sarei andato molto volentieri, altro che se ci sarei andato, ci sarei andato, di corsa, subito. Ma sapevo che io nella mia funzione di lupo non ero voluto.

Quanto avrei voluto rivedere quella donna. E di tentativi ne avevo fatti. Mi rilessi l’ultima lettera che le avevo scritto ma non ancora spedito:

Ricordare trasforma il rapporto con un passato che si lascia scorrere come acqua mischiandosi ora a questo, ora a quell’altro. Neanche il tuo di ricordo è concluso: continua a scorrere tra gli argini dati dalle situazioni in cui mi muovo. Certo il tuo viso è rimasto quello di un giovane essere, e mi sta scolpito nel cuore. Tante volte lo cerco, quanta energia mi dona lo scorrere lungo le linee del tuo volto. Ah potessi stringerti a me. So che è un desiderio irrealizzabile, ma sta tranquilla non ne soffro. Sono realista quel tanto che basti da permettermi di sapere che non si può abbracciare tutto il mondo. E quel tuo giovane dolce volto è più grande di tutto il mondo. Già i tuoi occhi reggerebbero il confronto con i più grandi laghi vulcanici. Le tue guance sono più vaste dei due emisferi terrestri: lunghissimi sono i periodi necessari a sfiorarne ogni poro. Non mi stanco mai, che il riflesso chiaro nel ricordo che di te ho, mi aiuta a non disperare per la rapidità con cui il presente precipita nel passato. Le tue labbra schiuse inghiottono una lunga sfilza di aggettivi di lode e ammirazione per la tua bocca che ritrovo li in della frutta, là in nessun’altra donna. E la vista, la mia, si scalda alla tua. Quanto parla questo silenzio, amo questa solitudine che mi permette di ricominciare daccapo, questa volta dal tuo naso. E precipito subito nei tuoi occhi. Un oceano. Perché quella lacrima? Un timido brillio di una perla opaca. Una goccia sgorga e discende sulla tua guancia costeggiando il naso, si ferma sul bordo del labbro, e la tua testa reclina si appoggia al mondo. Io rido, sorrido al dolore di un ricordo che non muore.

Anche quest’ultimo mio tentativo sarebbe rimasto senza risposta, ma questa volta a causa mia, visto ehe non avrei mai spedito quell’ultima lettera.

È vero, non stavo per niente bene in quell’ottobre freddo e triste. Provavo un’indifferenza sfociata in una vergognosa pigrizia. In genere non ero pigro, tutt’altro: conducevo una vita molto attiva. Del resto vivevo in due paesi: domicilio in uno degli staterelli della penisola esopa, residenza in Reich der Wahrheit. O era il contrario? Accidenti ai vocaboli burocratici; allorché arrivai in Reich der Wahrheit molti anni fa, ero completamente a digiuno di quelle parole che pur considerando astruse, aliene, avrei voluto più vicine, per sapermi arrangiare meglio in quel paese tutto da scoprire. Venivo da lontano e volevo andare lontano. Ma quei momenti non erano semplici. Mi consolava il fatto, lo scoprivo man mano che il tempo passava, che non era solo una carenza mia: „anmeldarsi“ era in uso dire tra gli Esopi residenti (ah, ecco: residenza era quella che avevo qui) nel paese dei Giusti per definire l’atto burocratico che rendeva confacente alle leggi il prendere domicilio in questo paese, e riaccidenti! domici­lio o residenza?

Non è facile trattare di fatti svoltisi in quegli anni, e ardua l’impresa di un’esposizione obiettiva, distaccata. E non e semplice il rinvangare per la memoria: talvolta gli avvenimenti si assomigliano e si confondono; altre volte i ricordi ripugnano, soprattutto quelli di delitti capitali; e spesso per una mente provata dagli anni, non è semplice puntare il fascio di luce del ricordo sull’oggetto della volontà, non sono nitidi i particolari, e appaiono solo sagome scure di profili in controluce.

Fortuna delle fortune è l’aver ritrovato degli appunti buttati giù in quel periodo, e per amore della verità ve li mostrerò. Ma non ora, gli anni trascorsi mi hanno insegnato la correttezza di fare la cosa giusta nel momento giusto. E poi lasciatemi godere del piacere di raccontare, datemi l’illusione che siate ad ascoltare interessati all’argomento e, almeno, non annoiati dal mio modo di riferirvi le cose.

Nella penisola esopa, e in generale in tutte le regioni non comprese nel territorio del Reich der Wahrheit i dialetti regionali, locali, avevano preso il sopravvento sulle lingue nazionali, ormai relegate a clandestini scaffali, nascosti nei posti più remoti, accessibili a poche persone. Anche gli abitanti del territorio compreso tra le Alpi e la costa africana, si erano ripartiti in una miriade di città-stato. Comunicavano nei dialetti derivati dalla lingua italo-europea, quella lingua sviluppatasi nell’esistenza della confederazione europea. L’unione si era disintegrata a causa di una logica perversa che aveva visto l’Europa contro il mondo, i singoli stati europei contro l’Europa, le singole regioni contro lo stato, le provincie contro le regioni, i comuni contro le provincie, i quartieri contro i comuni, le famiglie contro i quartieri, e gli individui contro le famiglie. Anche l’Italia politica non esisteva più. La penisola era divisa in centinaia di staterelli in perenne lotta tra loro, accecati dalla difesa campanilistica del proprio territorio. Ogni città usava la sua lingua, e accentuava fino all’esasperazione le differenze con le zone limitrofe. Per fortuna, già da anni, erano stati banditi gli eserciti: le guerre, le battaglie erano parte della memoria di un passato cruento, sanguinoso. Era come se la natura umana avesse dato vita a delle inibizioni contro la guerra. Le innumerevoli dispute venivano risolte in altro modo, in un modo per niente nuovo, anzi, al contrario antichissimo: il duello. Di gente ne moriva già troppa a causa delle diffuse malattie incurabili a breve decorso: nel giro di poche ore una persona in perfetta salute poteva ammalarsi e morire.

E si moriva per motivi che la scienza sapeva spiegare ma non eliminare: erano, in buona parte, errori del sistema immunitario.

Quante vite ancora verdi furono stroncate da un semplice bicchiere di latte di mucca: una quantità abnorme di anticorpi invece di aggredire le proteine del latte di muc­ca, distruggeva quelle che producevano insulina; quante stragi causate da prolifici cuginetti del bacillo del tifo; e allergie alimentari: dopo aver addentato un cibo le labbra e la lingua si gonfiavano, la gola si stringeva e una nausea violenta faceva vomitare, poi tra l’indifferenza dei presenti ormai abituati a scene simili, il respiro si faceva difficile, il volto cianotico, e perdita di conoscenza; ancora un morto; diagnosi: allergia alimentare, shock anafilattico da allergia alimentare.

Persino i più semplici cibi nascondevano minacce, insidie e frodi. Anche le teste calve di quasi tutti i Richtig­mensch sia uomini che donne che non solo venivano al mondo privi di capelli, ma ci restavano anche per tutta la vita, erano spesso bisognose di nascondere la calvizie con parrucche e parrucchini.

Quanti estetisti esercitavano e quanti sepolcri là all’ombra dei cipressi, qua dei faggi piantati intorno alle mura delle città, attaccate da una natura infida, forte, più forte che mai, più bella che mai nel suo rigoglire selvaggio.

Comunque stavo dicendo che in genere ero molto attivo, anche se dovrei differenziare tra l’essere attivo in Esopia e il mio modo di agire nell’illuminato Reich. Non è facile correre sul filo di un discorso veloce, rischio di

smarrirmi tra il marasma delle vie per le quali agiscono i protagonisti dei seguenti fatti.

Ecco la dimenticanza di spiegare l’origine del vocabolo „anmeldarsi“, allora: se uno straniero voleva stabilirsi nel Reich der Wahrheit, una volta superato il fatidico test „Musterung“ atto a stabilire l’idoneità, soprattutto della psiche dell’individuo, che le condizioni fisiche erano certamente superiori alle loro, almeno per quanto riguardava gli anticorpi, doveva presentare domanda dell“Aufenthaltserlaubniss“ (permesso di soggiorno), e per potere fare questo bisognava prima dimostrare di avere già un’abitazione ed essere iscritto all’anagrafe, naturalmente dopo aver ricevuto la bramata firma dell’affittuario, il quale affittuario ti concedeva la sua firma se avevi già un per­messo di soggiorno. Dunque per avere il permesso di soggiorno bisognava essere iscritti all’anagrafe, ma per poter ricevere il certificato di residenza dovevi prima avere avuto la fortuna di trovarti una casa, che non ti veniva data se non possedevi il permesso di soggiorno, per non parlare del lavoro… Arbeiterlaubnis, Arbeit­splatz, Arbeitlosengeld, Arbeitslosenhilfe, Sozialhilfe, senza una lira, capite?

La vita continuava ad essere complicata. Ed arrangiarsi era normale. Bisognava sapersi districare, tra quei grattacieli di vetro e di acciaio svettanti tra edifici più bassi di epoca antecedente. Senza farsi fregare in quelle maree di onde magnetiche necessarie alla fitta rete dell’elettronica che dominava la vita dei Giusti e della minoranza di cui anche io facevo parte.

E non rimaneva molto tempo a disposizione per ricerche lessicali. Ci si arrangiava anche con le parole e sorgeva un nuovo gergo e da Anmeldung vocabolo tedesco che per un nuovo arrivato significava: risolvere il dilemma : a) prima la casa o il permesso di soggiorno b) ore di fila e) un  impiegato scontroso e una lingua cacofonica, ermetica d)  una tassa da pagare , e il sollievo di sentirsi in regola con lo stato ( almeno in questo) dicevo da Anmeldung si coniava anmeldarsi verbo esopo-richtig della prima coniugazione, riflessivo. Ne segue la coniugazione: io mi anmeldo, tu ti anmeldi, lui, lei si anmelda… anche Heva si era anmeldata, che in un altro contesto significa farsi vivo. Si era fatta viva organizzando una cena.

Di solito mi precipitavo, preso per la gola accettavo gli inviti di questo genere. Mi piaceva la compagnia, soprat­tutto quella femminile. Potevo vantarmi di avere un certo successo con le donne, ma non pensate che sia stato uno spaccone, per carità! Non voglio dire di essere stato particolarmente bello o al di sopra della norma, il fatto è che conoscevo un piccolo accorgimento: bastava far sentire la donna donna, bastava saperla lusingare con parole semplici nel silenzio del suo cuore avvolto in un groviglio di frasi sinuose, problematiche, dette da uomini-falene che giravano e giravano intorno alla fiamma che li attraeva fino all’autodistruzione, dimentichi che la bocca, le bocche, la propria bocca e la bocca dell’interlocutrice, non servono solo a parlare, ma a baciare, mordere, mangiare, succhiare. Quante malattie assillavano i Richtig­mensch. Molto diffusa era la Dsi (desiderio sessuale ipoattivo) che conduceva ad anni di astinenza, a lunghi periodi vissuti nella discussione di problemi e della relativa soluzione con la conseguente morte dell’eros.

Per quanto mi riguarda, io, mi sentivo più un leggero Pegaso pronto a librarsi rapidamente sul sentimento premuroso che sà percepire la fatica espressa da un viso, reso più bello dallo sforzo, bisognoso di lusinghe. Ma Pegaso anche se alato è sempre un cavallo e se necessario sà anche scalciare. Anch’io come latino ero soggetto alla sindrome del Cbs (comportamento sessuale compulsivo), l’ossessione della sessualità, una sessualità coatta, frenetica, masturbazione a raffica; quale disturbo doloroso quel desiderio sessuale che invece dovrebbe fluire normalmente tra due persone che si piacciono. Sarò stato anch’io una persona ansiosa che rispondeva allo stress con enormi scorpacciate di sesso, di un sesso senza amore, intimità, piacere, ma solamente sollievo.

Contrariamente al solito, l’idea di una cena, di quella cena, mi costernava. Sentivo tutto il peso del ruolo che avevo ormai assunto nella costellazione delle persone che avrebbero desinato intorno a quel tavolo. II ruolo del lupo, del lupo preso in trappola. E invece no! Questa volta il lupo se ne sarebbe stato rintanato, dedito all’ozio, magari davanti al televisore a sedici pollici, in bianco e nero, avuto in possesso per dieci marchi, grazie ad un annuncio letto sull’Avis. Lei voleva sí un lupo ma non me. Ed io lupo lo ero eccome, ma in quel caso ad una ben determinata persona evidentemente non apparivo più come il lupo, bensì come l’agnello! Ed ecco che mentre sentivo battere il cuore come se portassi in petto una bestia impazzita, turbato, ebbi come una illuminazione divina, suggeritami da un consiglio televisivo di un Padre della Patria: Alberto sarebbe stato il lupo adatto a quella compagnia: perché se io ero un lupo, ed in questo caso un lupo caduto in trappola, allora Alberto era un licantropo, un lupomannaro! E Capuccetto Rosso? Alla cena sarebbe stata presente anche una Capuccetto Rosso che avevo già avuto nella pancia, o forse sarebbe meglio di precisare chi era in quale pancia. II „Lupo-Alberto“ sarebbe stato l’ideale.

Lupo-Alberto, Lupo-Giovanni (Giovanni sono io), Lu­po-Alberto …-Giovanni. Ah di quali angeliche ali è provvisto a volte il pensiero; innalzano la risposta e ne fanno una soluzione: il Lupo sarebbe andato alla festa, ma non sarei stato io, non sarebbe stato Alberto. Mi sarei camuffato da Alberto e avrei recitato il ruolo comune a me e a lui: quello del Lupo. Sarei stato: Lupo-Alberto-Giovanni. E mi perdonassero i Padri della Patria che involontariamente mi hanno ispirato questo inganno. Bontà delle decisioni improvvise, non meditate. Fui subito attivo: ho telefonato a Marco e gli ho chiesto di accettare l’invito e di comunicare la partecipazione del Lupo, del Lupo-Al­berto.

Non dovetti dare molte spiegazioni a Marco, che lo conoscevo da moltissimi anni e ci eravamo capiti al volo, sempre. Non conducemmo mai lunghi discorsi: siamo stati ambedue amanti delle singole parole, capaci di co­municare l’eccitamento di idee simultanee. Inoltre lottammo tutti e due contro la cirrosi epatica, meglio la sfidavamo. Sfidavamo quella morte che sembrava disinteressarsi di noi: era come se fossimo stati immuni a tutte le allergie alimentari che falciavano la popolazione, eh si sà: l’erba cattiva è dura a morire. Fu come una gara nichilista: chi sarebbe riuscito ad autodistruggersi prima? Ed è lui che ha vinto: la palma della vittoria gli è stata consegnata personalmente dalla morte. Requiem.

Fatto strano: eravamo molto amati come buffoni di corte, animatori di serate, clown occasionali, e anche come oratori di temi filosofici. Ma tra di noi mai. Spesso, in compagnia di altre persone, calava tra di noi il silenzio verbale. Comunicavamo con i segni, forse un fattore di intimità? Ma non immaginatevi che stavamo lì a gesticolare esagitatamente o al contrario a farci dei gesti segreti alla maniera di due giocatori di briscola che non vogliono far capire agli avversari il valore delle carte. Noi comunicavamo in modo naturale: era sufficiente una grattatina alla testa o che so io un impercettibile movimento delle spalle.

Non era da escludere la possibilità che in gruppo, in Reich der Wahrheit, in presenza di altre nazionalità avremmo dovuto comunicare nella lingua capita da tutti, per non essere scortesi, e questo ci avrebbe fatto sentire ridicoli, come se in un gruppo musicale un chitarrista avrebbe dovuto suonare, che so, il trombone.

Invece, qualche sera dopo, ad un’estetista avevo dovu­to spiegare per filo e per segno come avrei voluto apparire. E vi assicuro che le migliori estetiste del mondo esercitavano proprio nel mondo dei Giusti, espertissime di capelli e creme, di parrucche e profumi tanto necessari ad un popolo composto di gente che era, per motivi allora inspiegabili per la mia mente da sottosviluppato, priva di capelli ma abbondante di peli su quelle pelli bisognose di luce e di cure. L’estetista lavorava metodica e io, nel guardarmi allo specchio, man mano che assumevo le sembianze di Lupo-Alberto, crescevo di gioia maliziosa. Mi attaccò un parrucchino di capelli ricci e fulvi (che colla resistente ha usato: il parrucchino restò ben attaccato al mio capo anche quando fu sferzato dal terribile vento del nord che batte Amburgo). L’estetista stirò, allungò, truccò i connotati del mio viso, infine mi adornò di una bella barba piena, soffice, brizzolata. C’era solo un pelo del baffo finto che mi solleticava nelle narici, intervennero subito le magiche manine della maga: con un deciso colpo di forbice allontanarono da me il pelo e dallo spavento per quell’atto così brusco morì sul nascere il mio interesse per quelle manine e per il resto. Sfidavo Cappuccetto Rosso a riconoscermi, pregustavo il piacere della rivincita, ero pronto al duello con quella figlia dei Padri della Patria.

(continua)

Empfohlene Italienische Autoren: Davide Longo

Il mangiatore di pietre
di Davide Longo

Davide Longo wurde 1971 in Carmagnola bei Turin geboren. Nach seinem Studium erhielt er ein Stipendium für das Literaturinstitut »Scualo Holden« in Turin, wo er inzwischen selbst unterrichtet. Er erhielt zahlreiche Auszeichnungen, zuletzt den Premio Grinzane Cavour, den Premio Via Po sowie für »Der Steingänger« den Premio Città di Bergamo und den Premio Viadana. Davide Longo lebt in Carmagnola.

Qui di seguito i riassunti di Luise Schendekehl nell’ambito di un corso di conversazione presso la Senzaparole:

il-mangiatore-di-pietre-cap-1-7, riassunti da Luise Schendekehl
il-mangiatore-di-pietre-cap-8-19, riassunti da Luise Schendekehl
Il mangiatore di pietre, cap-20-26, riassunti da Luise Schedekehl



Una storia di Colapesce (V)

V episodio

Bolle

Si sostiene che anche un certo Giuseppe Garibaldi passò dallo stesso punto, eretto su un cavallo dal deretano felliniano come se fosse stato Federico Secondo. Superbo, meraviglioso, bellissimo nella sua camicia rossa, seguito dalla bellissima Anita formosa come Amalasunta più di Sofia Loren o Dolly Buster, a cavallo di uno stallone bianco, dai possenti fianchi felliniani, così lo vedeva l’immaginazione dei molti.
Sapeva Garibaldi che il Padrino, li teneva d’occhio, fiero della benevolenza reale, di quella borbonica, ma maledetto dal papa fiammingo però benedetto dal Papa Farnese? Dio quanto sono confusi i racconti popolari! Sono come tante bolle di sapone, come queste sono tante, si alzano, alcune si librano e tutte scoppiano nel nulla, quasi tutte. Invece la Bolla era una cosa Santa diceva la gente: ti ci compri la felicità che non hai sulla terra. Ecco quella era una bella cosa: potersi comprare qualche anno di quell’eterno
paradiso celeste.    Giufà disse che ad ogni    modo
Garibaldi non si era curato delle ciclopiche tracce e
neanche dell’armata Americana che al    seguito di
qualche napoletano che cantava “ O    Sole mio“
avrebbe inseguito    i teutoni che per il    gran    caldo
ansavano con la lingua fuori di Bocca nell’attraversare quell ‘INFERNOPROFONDOSUD, dentro quei roventi carri armati da cui di tanto in tanto si affacciavano come tanti hot dog. Di hot dog ne offrirono uno anche a Giufà, ma avrebbero voluto in cambio qualcosa da lui. Purtroppo Giufà era Giufà e non poté concludere quell’affare. Ci riuscirono però diversi altri più intelligenti di lui. Si conclusero molti accordi qui legali, lì illegali, ma tutti utili a chi la legge ce l’aveva o la faceva. Quante componende si fecero. Si racconta che in quel punto Garibaldi teneva in mano qualcosa che assomigliava ad una conchiglia, ma non si sa se stava ascoltando la voce del mare e quella di Cola Pesce o se stesse ascoltando Mazzini Kohl e Mitterand che conversavano su una certa Europa che volevano farsi o fare. Si sa i racconti della gente sono sempre così confusi! Ma chi era quest’Europa? C’è chi racconta una storia e chi un’altra. C’erano quelli che dicevano che fosse stata una bellissima donna che tutti avrebbero voluto avere . Anche quel toro furioso di Giove! E c’era un gran litigio: i Galli e i Germani la volevano a tutti i costi e a quelli di Giove e di Zeuss non la volevano neanche fare annusare! Ché quella era una donna d’alta classe e solo quelli che avevano certi requisiti potevano soddisfarla!

 

Una storia di Colapesce (IV)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

IV episodio

L’anima del popolo

-Cretino era! Cretino ma non tutto scemo. Lui lo scemo lo sapeva fare! Non scordatevi di Giufà! Che Giufà è l’anima del popolo, è la vostra anima! – Diventava adesso il cantastorie un sobillatore di popolo? C’è chi afferma che in realtà si era ringalluzzito alla vista di quelle bellezze sudanti fermatesi intorno al suo tabellone. Figlie degli immigrati svestite dei pudori dalla vita nei paesi del nord, tornate per le vacanze estive al paese. Moglie nordiche dei picciotti venuti a trovare i parenti rimasti al paese. – Giufà era ignorante tanto con pidocchi grossi come i sorci, Giufà era da evitare, da non guardare … E intanto il cantastorie si mangiava con gli occhi quel ben di dio che sentiva vicino vicino nella comunanza di quei corpi sudati, accaldati dal sole e dalla voglia di amore per quella terra troppo forte, troppo forte per viverci da deboli.
Nei racconti della gente, della stessa che narrava con orgoglio di Cola Pesce, spesso si parlava senza orgoglio anche di un certo Giufà. Quante se ne dicevano sul suo conto: di tutti i colori! Non si contavano più le volte che Giufà era bastonato dalla mad re
–    Che figlio disgraziato: non ne combina una giusta! Non porta a casa neanche un soldo!-
Così, un giorno sì e l’altro pure, si lamentava la furiosa mamma con una comare dirimpettaia mentre manifestava il suo intento agitando nell’aria il minaccioso manico della scopa.
-Glielo rompo sulla groppa! Deve mettere giudizio!- i mprecava.
Però Giufà non aveva bisogno degli schiaffi della madre poiché intanto veniva schiaffeggiato da due sposini a cui aveva gridato: -Dio, fateli dividere –
Povero Giufà, non l’aveva fatto per cattiveria: era ciò che poco prima gli avevano insegnato due contraenti che se le stavano dando di santa ragione, quando lui era arrivato nei pressi gridando
-Dio fateli uccidere-,
Perché poco prima aveva incontrato due cacciatori a cui lui aveva gridato
-Dio fateli correre, –
Che allora lo avevano bastonato e tutto questo perché lui era andato al mare, aveva voluto lavare una puzzolente pelle di pecora, per guadagnarsi due soldi da portare alla mamma che come quasi tutte le altre matrone, voleva sentire il suono dell’argento. Che quello era importante e non se erano soldi puliti o sporchi o riciclati che poi neanche i soldi sporchi puzzavano!
Purtroppo, quel giorno, Giufà era particolarmente confuso, si dice, perché mentre andava con la sua pelliccia verso la spiaggia, rimase sbalordito dalla gigantesca immagine di una stravolgente nobile donna nuda che indicando una certa zona diceva:
-Io di pelliccia porto solo questa!
Che confusione per Giufà, ma di buona lena, frega che ti frega, pulì la pelle di pecora. E Giufà, per essere sicuro di ricevere dei soldi per il buon lavoro svolto, aveva fermato una nave.
Lui voleva solamente chiedergli se secondo loro la pelle era pulita, tutto lì. Che mondo ingiusto! Il capitano della nave, furioso per il tempo perso, l’aveva bastonato e obbligato a gridare verso Dio la preghiera:
-Dio fateli correre!
(Stavano andando a prelevare un altro grosso gruppo di clandestini che avrebbero pagato tanto oro quanto pesavano, pur di poter essere portati in quella Terra Promessa).
E così lui aveva fatto. Mondo infame pensava Giufà. Poi pensò al padre che alla fiera dell’est per due soldi un topolino comprò quando venne il gatto che si mangiò il topo che …
Giufà canticchiava e si riposava sulla spiaggia, proprio là, sopra il punto in cui la Sicilia poggiava sulla colonna sorretta dal grande amore di Cola Pesce.
Sembra che Giufà abbia sentito qualcosa, non sa se un gemito o un lamento straziante, ma abituato com’era a lamenti e pianti, pensò che probabilmente era stato lui stesso ad aver emesso quel suono. (A quei tempi, non esistendo ancora gli psicologi, non si sapeva ancora che tipo di disturbo fosse) Però, poi, quando Giufà vide il genio della lampada di Aladino,
– Arrivo, arrivo- brontolava quest’ultimo mentre si tuffava tra i gorghi del mare districandosi dalle grinfie della Gorgona, capì che stava accadendo qualcosa. Fu così che Giufà, temendo di venire coinvolto in qualche altra storia in cui lui, o metaforicamente o concretamente, le avrebbe prese, se la diede a gambe, tremava Giufà:
MA..fi…a…
Mamma figlio ahi!
-allora Giufà, il genio della lampada di Aladino non lo mollava, Giufà dimmi cosa vuoi, ti do tutto quello che vuoi.! Tutto? Chiese incredulo. Sí, tutto quello che vuoi. Senza nessuna condizione? Non vuoi niente in cambio? No, non devi darmi niente. Niente, proprio niente? Sí, proprio niente, solo che tutto quello che tu ricevi, lo riceveranno triplicato tutti gli altri. Se io chiederò un palazzo, gli altri ne riceverrano ognuno tre? Sì. E se io avrò un cavallo gli altri ne riceveranno ognuno tre? Sí. E se io chiederò una moglie, gli altri ne avranno tre? E il prete che avrebbe detto?! Giufà, Giufa! A Giufa venne im mente di chiedere al genio una disgrazia in modo che gli altri ne avrebbero ricevute tre!
Quanto avrebbe voluto avere gli stivali del gatto con gli stivali Giufa! Però, benché lo desiderasse con anima e corpo, di quel gatto non vide neanche l’ombra, tutt’altro scorgeva solo lupi e lupare e mentre correva bruciandosi i piedi nudi su quella sabbia rovente, vide avvicinarsi un drappello di minacciosi cavalieri al galoppo. Giufà riparò con un salto dietro ad un macigno ciclopico di cemento armato sul quale erano impresse le impronte delle mani di Polifemo.

 

Una storia di Colapesce (III)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

III episodio

Laudato sii mio Signore
A quel punto il cantastorie era semiacciecato dalle gocce di sudore che dalla fronte gli grondavano sugli occhi: non fu certo se con il suo bastone indicava la scena giusta. Non importa, la gente trovò ad ogni modo giusto quello di cui stava cantando.
Gente come te e me, gente semplice con la testa a
posto, gente con figli    e c’era Cola e c’era Totò,
faticava    Giosuè come Miccichè, bestemmiava
Santina come anche Santuccia e mamma mia santissima la gente era semplicissima, ma la vita era complicatissima!
Si racconta di allora, di quei tempi in cui la gente era ancora così come Dio l’aveva fatta: semplice semplice. Era la terra ad essere molto complicata,
troppo complicata. Si racconta di lunghe chiacchierate e anche se non erano state tante le parole usate, quando avevano dato un nome a qualcosa o a qualcuno allora quello voleva dire quella cosa e basta. La fame era la fame e la sete era la sete e loro non avevano niente, mentre il re e gli altri signori avevano tutto e in più molte parole poco o per niente comprensibili a loro. Del resto, la gente semplice, cani e porci compresi, apparteneva al re e agli altri Signori. Certo, loro e anche il re erano tutte, come si dice, creature di Dio, ma Dio le aveva volute nella loro diversità e va beh non poteva essere diversamente, solo che ogni tanto si arrabbiavano lo stesso, certamente non per mancare di rispetto a Dio,
porco…! ma perché aveva fatto un mondo così? Ecco, a loro, gente semplice, questo non andava giù. Luccicavano gli occhi della gente quando parlava del palazzo reale, nelle pupille si rifrangevano i bagliori di gemme, smeraldi e marmi, di luci e …canti. Quando parlavano dei canti si ritiravano a guscio e la folla dei narratori diventava un innumerevole numero di solisti e mesti cantori religiosi e timorosi degli altri, rispettosi del Signore e di molti altri signori. Anche il cielo era un palazzo reale posato sulla cima di un monte, la dimora in cui ritornavano i Signori di ritorno dalle loro imprese.
„Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature lo frate sole
bello e radiante cum grande splendore
et sora luna e le stelle
clarite et pretiose e belle
f rate vento
f rate focu
Laudato si mi’Signore
per sora nostra madre terra”
Et c’ erano i cantastorie, che di storie ne contavano molte ed era indifferente se parlavano di fatti e di cose, di frati e di sore belli o brutti. La gente ascoltava dimenticando per un po’ i morsi della fame e la voglia di mordere quelli che di fame non ne avevano.
-Sentite, sentite. . .- Introduceva il cantastorie
-Sentite che cosa accadde a Cola Pesce. . .- E iniziavano gli stornelli:
–    La seconda storia che vi voglio raccontare, è la storia di Cola Pesce e il mare.
Guardate guardate, in questo grande palazzo tra dame e lazzi c’era una grande testa di …-
E con un bastone indicava su un telone la scena illustrata successiva ad altre e prima di quelle seguenti.
Venne il turno del Cavaliere Inesistente, e ne parlava male, ne parlava in parte così:

Nel cuntu di li cunti, nel palazzo del re c’era un ruffiano che faceva per tre! Quel ruffiano impenitente era il cavaliere inesistente e “sembrava che bollisse nella sua armatura come in una pentola tenuta a fuoco lento”. Nessuno sa che viso avesse e neppure come si chiamasse. Quando arrivava con i pennacchi, con i pennacchi fatti di sconosciuti galli orientali, dalla visiera del suo elmo, il cavaliere che non c’era sbuffava come una marmitta da campo zeppa delle viscere dei nemici squartati.
La gente se l’immaginava brutto brutto e terribilmente abituato a considerare fatti suoi tutti quelli degli altri, quando li credeva adatti ad indurre il re a dirgli bello bello. Siccome il re era molto lunatico, perciò bisognava saperlo prendere, un giorno, con molta cautela, non dopo aver aperto brevemente la visiera, sbollendo i suoi gas di scarico, fece sapere al suo sovrano dei discorsi della rispettata principessa Amalasunta. Gli spifferò del discorrere d’Amalasunta con quel perdigiorno di Cola Pesce. Bisogna sapere che a quei tempi la parola discorrere si usava anche per esprimere fare l’amore, quindi stava al re di interpretarlo come meglio credeva. Quali immagini terribilmente volgari passarono per la sua nobile mente! Avvenne così che in un giorno come sempre di grande calura, il re poltrone, alzatosi dal suo trono, si trascinò al mare. Che fatica, poveraccio, con quel pancione di lardo e quella dimentica corona sulla testa! Sfortuna volle che gli cadesse in acqua uno dei suoi preziosissimi anelli (si assicurava che fosse magico). Gli era caduto nel fondo del mare. In quel mare sotto Messina, là dove vivevano, credeva speranzosa sua maestà, mostri marini, più affamati
dei suoi sudditi. Già si sfregava le mani dalla contentezza: avrebbe preso due piccioni con una fava! Si sarebbe sbarazzato di Cola Pesce e avrebbe creato anche un eroe: Cola Pesce sacrificatosi per placare i mostri marini, quelle bestie implacabili che divertendosi scuotevano la terra e buttavano giù palazzi e catapecchie. Mai nei corridoi e nelle sale di una reggia si era visto un re correre a quel modo. Il re contrariamente al solito voleva sbrigarsi, voleva arrivare prima del Cavaliere inesistente, il quale altrimenti, come da ordine ricevuto, avrebbe trovato lui il modo di eliminare zitto zitto il Cola Pesce. Perciò si affrettò a far presentare Cola Pesce al suo cospetto: –
Riportami l’anello perso nel mare e avrai la mano di mia figlia.- Gli disse.
Cola Pesce, stupito, rimase a bocca aperta e boccheggiava quasi come un pesce fuor d’acqua, ma non se lo fece ripetere due volte:
-Vado.- Rispose. Si riempì i polmoni di tanta aria buona, pregna dell’odore di Amalasunta. Serrò la bocca e si tuffò veloce veloce, proprio lì dove si alzava una delle tre colonne di stile sconosciuto (Sarebbe bello se finalmente gli archeologi si occupassero di questo rebus). Di mostri non ne incontrò (bisognerebbe chiedere a Fortuna e Speranza, di cui il cantastorie non ne sapeva niente), vide e salutò solo tonni e sardelle polipi e patelle. Tra tutti quei pesci che al vederlo non finivano mai di sbalordirsi (i pescecani lo rispettavano così come i leoni Tarzan), trovò l’anello e, sognando della mano e delle labbra della sua bella, si eccitò alla vista della colonna eretta, utile a guidarlo sempre più su fino ad Amalasunta, Amalasunta, l’opposto del Nulla. Felicemente eccitato risaliva lungo quell’opera tersa. Di colpo gli venne quasi un colpo quando s’accorse di una crepa nella colonna. Insinuò che neanche Dio fosse perfetto, altrimenti avrebbe usato il peperino e non il tufo! Che fare? Imprecare contro Dio non serviva a nulla, pregare neanche e allora? In quattro e quattr’otto decise di restare là sotto, e per evitare il crollo della colonna e il conseguente inabissamento della Sicilia, del re e soprattutto della sua amata, si strinse alla falla di quella che poi sarebbe stata vista come un simbolo fallico. Fu quello il primo autosacrificio della storia? E che forse la Sicilia nient’altro era se non il timpano di un tempio sacro dedicato a Dio, quello nostro o uno di quello degli altri? No, la voce popolare non dice niente a proposito e sembra che neanche il magno cantastorie Omero, attraverso la grave voce di Ungaretti, abbia detto qualcosa a riguardo di ciò, neanche ai telespettatori bramosi d’arricchimenti non solo pubblicitari ma anche culturali. Del resto si pensava che si sta come d’autunno degli alberi le foglie. Inoltre per quanto riguarda i cantastorie anche le loro versioni differivano l’una dall’altra, ma per tutti era di uguale importanza il:
-Sentite sentite, venite venite, venite e sentite. –
E tutti sentivano e sentivano. Poi raccontavano a loro volta una nuova versione: che ai bambini ne raccontavano una diversa di quella raccontata ai grandi e i vecchi sdentati la dicevano in un modo la sera e in un altro la mattina, ma tutti sentivano e sentivano e dimenticavano per un po’ i morsi della fame e quei morsi che avrebbero dato a quelli che di fame non ne avevano.
Et
Laudato sie mi’ Signore per sora morte corporale da la quale nulla homo vivente può skappare. Speranza e Fortuna
Ora Dio apprezzò il gesto di Cola e nonostante fosse già impegnato con piccole e grandi cose di quel mondo là sotto, si ripromise di fare qualcosa per quel simpaticone di Pesce, ma cosa? Gli bruciava ancora il ricordo della giornataccia segnata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Se non avesse avuto paura di perdere la faccia, li avrebbe richiamati. Proprio quella volta aveva deciso che non sarebbe mai più intervenuto in prima persona nei fatti di quelle figurine che in fin dei conti erano sue creature. Gli venne un’idea: avrebbe creato alcuni personaggi utili ad intervenire nei fatti umani senza comprometterlo. Creò Speranza e Fortuna. Già nei sette giorni impiegati nella creazione del suo mondo aveva maturato la decisione di non intervenire mai direttamente nei fatti di quelli là sotto. Era o non era servita a qualcosa l’esistenza di Zeuss e della sua famiglia divina? Era stata una famiglia troppo umana, troppo impegolata in prima persona nei fatti di quelle creaturine che in fondo in fondo lo divertivano, in quel teatrino esistente già prima della sua sceneggiatura.
Dio si ritirò in un buco nero nel retroscena dell’universo.

 

Una storia di Colapesce (II)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

Il barcone

Terra ,terra…era un grido di speranza. C’è chi dice che erano clandestini, altri profughi, o libici o tunisini
O africani , sicuramente uomini donne e bambini.
Terra terra sognano nel barcone ammassati, infreddoliti e stremati.La in mezzo al mare se ne andava quel barcone, quella carretta del mare piena di fantasmi bianchi e molti neri ma tutti con una gran paura che quel mare diventasse una tomba. E cosi´mentre il cantastorie cantava di fatti accaduti, quanti misfatti accadevano ancora, che fatica cantastorie , dai, da voce anche a quei dispersi a quei migranti:
arrivano in tanti
ma pochi  sono i loro averi
come poveri i loro vestiti
Ma voi
Gente dai tanti averi
E dai ricchi vestiti
Non credetevi superiori
Perché grande è la loro speranza
Immensa la loro fantasia.

C’era una volta…
C’era una volta un’isola dal nome Sicilia, dalla forma triangolare ma non troppo, adagiata sul mare mosso e nostro, appoggiata a tre colonne di tufo, una ad ogni angolo. Alquanto vaga è la leggenda nel precisare lo stile dei tre sostegni, dunque lasciato alla speculazione e alla fantasia. Alcuni propendono per lo stile dorico, altri per il corinzio.Tanti portano moltissime argomentazioni a favore del lotiforme, quello stile preferito dai faraoni e da Cleopatra con Cesarino, Marchetto Antonio e qualcun altro.
Si racconta della vita del figlio di Totò Malavoglia, Cola Pesce, chiamato prima solo Cola, diminutivo di Nicola e poi Cola soprannominato Pesce. Naturalmente, come tutti i soprannomi in genere, anche questo era il nome di una storia, di una lunga storia. Nei racconti si abbonda di dettagli su quel povero Cristo di Cola. Si parla di un muso lungo lungo, molto taciturno, d’animo molto sensibile. Cola era perennemente costernato. La vista di tanta gente rispedita nelle braccia del Signore, prevalentemente per mano d’altri uomini, qualche volta per zampate d’animali, lo rattristava. Si mormorava anche che Cola fosse stato sicuramente innamorato, ma doveva essere un amore difficile, se non addirittura impossibile. Cola, infatti, l’innamoramento lui lo conosceva, ma di grande animo e idealista com’era, Cola errava giorno e notte alla ricerca del paese dove non si moriva mai, o quantomeno dove non si distinguesse tra vita e morte.
Cerca che ti cerca, un giorno, ansante e grondante di sudore, arrivò nei pressi dell’albero di Pappafico. Era un albero frondoso popolato d’uccellini canterini, un pino amato da grandi e piccini che adombrava un angolo del belvedere con vista sulla conca e sul mare. La piazza era circolare e quella era l’ora dei vecchi, degli anziani del paese, i quali, nell’antica frescura all‘ombra della secolare pianta, erano di dolori sempre giovani e di racconti sempre quelli. Cola stava ascoltando i racconti degli anziani del suo paese, allorché uno dei vecchi, sdentato come quasi tutti gli altri, ma ancora nerboruto, dopo uno sputo catarroso, affermò che la vita era nata nel fondo del mare. Quel momento decise il destino di Cola e nella calura di un tedioso pomeriggio, dove anche i pensieri facevano sudare goccioloni appiccicaticci (persino le cicale s’impigrivano e se ne fregavano delle formiche e soprattutto di quelli infervorati a parlare male male del loro dolce non far niente), mare e cercare si fissarono nella testa di Cola. Venne una notte senza sonno e pensava solo mare e cercare.
Il giorno dopo non dormì neanche: pensieri come scogli battuti dalle onde, pensava mare e cercare, e non dormì neanche la notte dopo e neanche il giorno seguente e neanche la notte successiva e solamente mare e cercare. Logicamente, che nel mare fosse nata la vita, significava che lìla morte era finita, così pensava.
A nulla servirono le raccomandazioni della sua povera mamma! Quante storie gli raccontò, e non solo quelle lettegli da piccino per fargli prendere sonno. Tante storie lette con voce dolce, materna. Quante parabole bibliche. Eppure solo Dio sembrava compiacersi dei fatti di Noè, Salomè e Giosuè. Non servì a nulla neanche la materna lettura della storia di
Pinocchio e di molte altre di genere simile, atte ad insegnargli a non smarrire la retta via. Non riuscì a spaventarlo, neanche con le storie dei Fratelli Grim. Basta!
Cola era stufo, perciò scrisse una volta alla madre: O madre,
l’amore non è un peso che opprime:
è un’ala che libera.
E andò là: scrutò dall’alto verso la colonna di tufo. Indeciso ritornò a casa, ma poi Cola era proprio stufo, e scrisse ancora:
O padre,
L’amore non è una catena che lega:
è un bacio al gabbiano.
O figlio,
l’amore non è il fermarsi nella palude:
è librarsi nell’aria.
Detto, fatto. Ma librarsi nell’aria era un sogno da Icaro, un avvicinarsi troppo a Dio. Il mare… invece… Si tuffò vicino al tufo. Ne era sicuro: il paese dove non si muore mai, era là sotto, nel profondo del mare. Sua madre poverina piangeva un mare di lacrime e si disperava e lo implorava di stare con i piedi per terra, di pensare al suo futuro, di calmarsi, di sistemarsi. E i saggi vecchi:
– Cercati una fidanzata, io alla tua età…
Ma Cola non ci sentiva da quell’orecchio, ché lui le ragioni del suo cuore le aveva già, eccome! E in breve imparò non solo lo stile libero, ma anche quello a rana e non ancora soddisfatto apprese un’altro stile dai delfini, trascorse giorni e notti a guizzare tra i pesci, a scoprire conchiglie e grotte, a riempire il suo cuore del pulsare del mare.
Allora i vecchi e anche i giovani gli misero il soprannome Pesce, facendolo diventare così Cola Pesce. Allora Cola Pesce stava nel mare come a casa sua (se non meglio) e se non ci fosse stata Amalasunta, non sarebbe mai ritornato sulla terra. Chissà, se Cesare invece di Cleopatra avesse incontrato Amalasunta, forse le storie sarebbero state d’altro tipo, dicevano tanti che si sa racconta tu, racconta io le storie si mischiano, -tante gocce di un unico mare- diventano un’unica storia in cui l’elemento più importante è lo scopo del momento. Allora: Cola Pesce amava non solo quel mare sul quale stava la sua terra, ma anche e ricambiato Amalasunta, la figlia del re. Quanto erano felici nei momenti trascorsi insieme, all’insaputa di quel re despota e padre padrone, da soli all’unisono con quell’universo di lacrime d’allegria divina. Lì i due giovani discorrevano molto anche se non ebbero nessun figlio, ne´nove mesi dopo quel discorso, come neanche nove mesi dopo gli altri discorsi che ebbero occasione di fare nei pressi della colonna di tufo.
-Mi ami? le domandava lei,
-Sì, molto, rispondeva lui.
–    E tu mi ami, domandava lui a lei.
-Sí ti amo- rispondeva lei a lui
–    Mi amerai sempre? Domandava ancora lei.
-Sì, ti amerò per sempre, rispondeva lui, e poi:
–    E tu mi amerai per sempre?
–    Sì, rispondeva lei. E poi:
-Quanto mi ami?
-Quanto il mare, e tu quanto mi ami?
–    Oh, io ti amo quanto il mare. E poi lei taceva, anche lui. E poi:
–    Cola, dimmi che mi ami!
– Amalasunta io ti amo! Amalasunta dimmi che mi ami!
–    Cola, Cola, io ti amo Cola! Più del mare. E tu mi ami più del mare?
– Tu sei il contrario del Nulla, sospirò lui nello stringerla, che niente di meglio gli venne in mente al contatto di quel seno prosperoso. E Cola si rituffò, ma quella volta non nel mare, anche se in riva al mare, là dove le onde vivevano in un ritmo continuo e vagivano scrosciavano ruggivano e morivano e di nuovo si reincarnavano nel battito del cuore e si riformavano e salavano i baci e i bacini di Cola e d’Amalasunta.
Tu sei il contrario del Nulla, le avrebbe detto poi per molte volte ancora, tutte le volte che lei nel domandargli mi ami gli si sarebbe stretta, lo avrebbe guardato con quegli occhi di bucchero, con quella pelle col sapore di sale del mare e avrebbe sentito quel seno schiacciato al petto.
Cola aveva solo qualche pelo sul petto, dicevano gli uni, Cola era pelosissimo dicevano gli altri. Tutti concordavano che Cola era bello e Amalasunta dolce come il miele.