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Valentino nell’ascensore

Siccome lavoro come avvocato ho molti „amici“ nel commune e tra i politici. Oggi ho un apuntamento con la sindaca della “citta che non c`e´”. Noi ci incontriamo ogni quattro settimane per fare il punto della situazione. Sono venuto nel municipio alle undici e sono entrato nell‘ ascensore….

Nell´ ascensore bloccato rimango calmo e telefono al portiere per chiamare il servizio dell´ ascensore….

„Io ero in centro“

L´ascensore era sovraccarico e perciò si è bloccato. È ammesso per cinque persone unicamente ed è già un po’ attempato. Questo fatto è un tema permanente tra la sindaca e me. Chissà forse dopo oggi non lo sarà più.

Cosi è successo quello che sarebbe dovuto succedere: stamattina l´ascensore si è fermato con sei persone nel suo interno, tra cui  la figlia della sindaca.

La situazione fu ancora aggravata dal mancato funzionamento dell’allarme.  Normalmente, in  questo caso, è compito mio di risolvere l’incidente disponendo il necessario.

Ma io espletavo, per ordine della sindaca, delle operazioni nella città.

Perciò nessuno si accorgeva dell´incidente per più di mezz’ora e cinque persone ( Valentino, Lucia, Raffaele, Valeria, Antonello) restavano rinchiusi nel piccolissimo ascensore scuro.

Rientrando neanche io  potei liberare la piccola comunità involontaria.

Alla fine ci  riuscirono i pompieri.

il nuovo cornuto

Le vedeva già quelle mani rivolte verso l’alto con I’indice ed il mignolo tesi verticalmente, mentre il medio e I’anulare venivano tenuti in posizione ripiegata dal pollice, in una postura che ricordava vagamente le teste di animali cornuti. Si vedeva camminare per le strade di quel maledetto paese abituato a non farsi i fatti propri, sentiva qia la sua testa china per non incontrare gli sguardi sardonici dei negozianti da cui andava a fare la spesa. No, non ci sarebbe più andato. Non gli andava più di esse re un uomo emancipato, dedito ad infischiarsene dell‘ occhio sociale di quel paese retrogrado.
Accidenti! Andava con gioia a fare la spesa: gli piaceva scegliere i pomodori piu duri, un po‘ verdi con quel rosso succulente, godeva nel sentirseli tra le mani: corpi senza grinze, giovani. Si divertiva a tendere I’orecchio appoggiato al melone, sul quale batteva leggermente un pugno per capirne la qualità, inebriandosi nell’immaginazione di quel frutto aperto. Rideva sornione nel guardare i fichi messi a bella mostra sulla bancarella del mercato: i fichi , lui li prendeva direttamente dall’albero dei giardinetto sito dietro alla sua casa, nell’intimità offerta dall’alto muro eretto a protezione dagli sguardi indiscreti dei vicini.Sí quella luna piena era solo per lui: : un’infinita di volte nelle notti argentee, Mena, accompaqnata dal concerto delle cicale, saliva sui pioli della scaletta appoggiata al fico, allungava il braccio, staccava un frutto dall’albero, lo apriva, se lo passava sul corpo nudo, sulla pelle illuminata dalla luce lunare, e infine glielo porgeva … Come godeva, lui, nell’entrare in salumeria, in mezzo a quel cocktail di odori stuzzicanti di salumi, olive, carciofini …
Iniziò a sudare freddo, a sentirsi sottosopra. Tirò qiù, completamente, le persiane girevoli, nonostante il caldo asfissiante, anormale per il mese di novembre che in genere era più fresco, se non addirittura freddo. Non c’era più niente che stesse al suo posto, pensò con la fronte appoggiata all’interstizio tra le lamelle della persiana: teneva d’occhio la strada, nella speranza che la moglie tornasse. Era andata  a trovare una cugina di lei, sposata con un settentrionale residente a venti chilometri di distanza, a Caltagirone.
Almeno questo era quello che gli aveva detto. Chi era allora quel tizio baffuto in macchina con lei?! Vedeva già i suoi conoscenti, i suoi compaesani deriderlo, denominarlo il nuovo cornuto, alzando la mano nel tipico gesto.  Ma qual’era la spiegazione? Perché la moglie lo tradiva? Sarà poi stato vero? Lui, ne era sicuro, non le faceva mancare niente, neanche a letto. 0 forse era debole nel rapporto sessuale, tanto debole da non riuscire a soddisfarla, cosí che lei era obbligata a cercare altrove il proprio piacere? E se la storia con quell’uomo andava avanti già da molto tempo e lui era stato cosí stupido da non accorgersene? Erano sempre più mani che vedeva alzarsi ad indicarlo cornuto: non solo il macellaio, ma anche il bidello della scuola, il carabiniere che abitava di fronte a lui, e il dottore, e il fabbro, e il fruttivendolo, e … anche il parroco? No, almeno lui no. Ma che stava fantasticando? Di certo non avrebbero mai avuto il coraggio di fargli in faccia quel gestaccio! Ma alle sue spalle … Ma forse non avevano nessun motivo. Pressava sempre di più la fronte madida di sudore contro la persiana, tirandosi un po‘ indietro ogni qualvolta aveva I’impressione che qualche passante o vicino di casa potesse vederlo. Tutte le volte, puntualmente, si dava del cretino. «Cornuto, cornuto» lo ingiuriava una vocina all’orecchio e iI sangue gli batteva contro le tempie, un fischio gli sibilava nelle orecchie, ora a destra, ora a sinistra. «Che grosso toro che sei! », gli sembrava che dicessero sarcastiche quelle immagini di mani alzate. Sentiva delle risate sguaiate provenire dal bar vicino, risate di accompagnamento per quel maledetto gesto, che lo indicava come il «toro tipico», castrato? ruminante, a cui un altro toro montava la sua femmina. Ma … lui castrato?! Lui ruminante?! E chi erano poi i tori non castrati?! Forse il pescivendolo? Lo sapevano tutti quanti che la moglie se n‘ era scappata via, stufa di sentire quella puzza di pesce morto! 0 forse il fornaio? Che mentre stava ad infornare pani, pizze e dolci, sua moglie infornava altre cose?! Calma. Doveva calmarsi e raccogliere le idee, riflettere un poco. Mena sarebbe dovuta tornare verso sera? 0 tra un’ora? 0 comunque aveva un po‘ di tempo per valutare la situazione, 0 … se avesse preso I’autobus che partiva tra mezzora dalla piazza e andava a controllare a casa della cugina? No, questo no! Non poteva fare la parte del toro infuriato: non avrebbe fatto altro che dare altri pretesti alle derisioni di quegli spettegoloni che non sapevano farsi i fatti propri. Non poteva correre il rischio di lasciarsi prendere dalla rabbia, di infuriarsi tanto da mugghiare e caricare a testa bassa in cerca di vendetta co-me un toro impazzito di collera. Quella vacca di Mena! Calma, calma. Si rendeva conto di comportarsi proprio in modo contra rio a quello ripromessosi … e poi per che cosa? Per un vago sospetto! Ma chi era allora quel tizio intravisto in macchina, accanto a sua moglie? Come mai da due mesi andava e veniva da quella cugina che fino a po co tempo prima non aveva potuto soffrire? Provò I’improvviso desiderio di addentare i capezzoli di Mena, di succhiarli, di masticarli, di morderli, e nella furia della sua mente scossa, lui produsse, sovrappose al corpo di Mena, I’immagine di quello della cugina. Si vide rincorrerla, agguantarla, strapparle i vestiti di dosso, costringerla in ginocchio e il tutto mentre Mena li guardava con quegli occhi come il carbone sbarrati. No, basta! Pensò. Si sentiva bruciare dentro e sudava, sudava. Gli venne in mente il ricordo del mito in cui Diana cacciatrice fa delle corna il simbolo della disfatta maschile: Atteone, un altro cacciatore, aveva osservato di nascosto la dea mentre si ba- gnava nuda ad una fonte. Furibonda, Diana, lo trasformò in un cervo e gli aizzò contro due cani, che subito lo raggiunsero e lo sbranarono. Era lui un Atteone? Un cornuto, un cervo sconfitto dalle donne? Ma del resto non si diceva pure che cornuto è sinonimo di marito? Si ricordò di una conversazione avuta, con un collega, sulle corna, su quel maledetto gesto, sulla sua simbologia, che adesso lo  riguardava direttamente, su quella teoria che vede l’indice ed il mignolo non come le corna del toro, bensí come quelle ramose del cervo, nel cui branco c’e un unico maschio a raccogliere intorno a sé quasi tutte le femmine, tenendo lontano tutti gli altri maschi dopo averli vinti in combattimento. Forse che lui, insieme al pescivendolo, al fornaio e a tutti gli altri cornuti dovevano riunirsi in branco e stare nelle vicinanze delle femmine a guardare il «cervo dominante» mentre si accoppiava?  Si accasciò lí, per terra, dietro alla persiana, in uno stato pietoso, ansimante, sconvolto da ondate ora calde, ora fredde. Quasi cadde in uno stato di trance, in un incubo senza dimensioni, senza spazio e senza tempo, senza sopra o sotto, senza appigli a cui aggrapparsi. Ora infilava la sua testa sotto la gonna di Mena, cercava riparo tra le gambe di lei, la sua lingua era lunga, penetrante, carezzevole, avida del suo nettare. Ora la vedeva ansimare sotto i colpi che le dava quell’uomo dal petto villoso. Ora si vedeva soccombere nello scontro con un cervo gigantesco. Ora veniva obbligato ad assistere ad un rito demoniaco a cui partecipavano tutti i suoi paesani: pregavano in coro il demonio, tenendo tutte le mani sollevate e formate nell‘ odiato gesto, di accettare in dono la loro offerta : Mena come sacra prostituta e lui incatenato, costretto a vederla con le gambe aperte ad accogliere nel suo ventre il seme di tutti i presenti, e quei visi beffardi lo incoronavano con un paio di corna. Ora era un guerriero che partiva per paesi lontani, e lei la sua Mena, veniva trafitta da un pene enorme.
Qualche ora più tardi Mena lo trovò morto dietro alla persiana di una delle finestre che davano sulla strada.

Dove io abito

 

Per ritornare a casa, devo percorrere delle strade che mi portano attraverso il centro della città.

In città preferisco guidare in moto , così sono più veloce e flessibile.  Il quartiere dove abito io si trova sopra il centro.

È un bel posto, il più tranquillo e pulito e anche il più verde della città.

Di là è possibile di vedere nei dintorni, si vede un po`di mare e il verde del bosco.

La casa dove abito io si trova in una piccola strada acciottolata. Qui tutte le case hanno dei  giardini più o meno grandi, con dei  muri che circondano il terreno.

Grazie ai giardini  ci sono sempre alcune piante che fioriscono tutto l`anno.

È veramente un luogo dov`è possibile di riposarsi.

La nostra casa è una vecchia casa, di costruzione molto bella, con colonne accanto alla porta d`ingresso. Cinque anni fa , tutta la casa è stata restaurata.  Non si vede subito che noi condividano la nostra casa con due famiglie.

Dopo il restauro della casa abbiamo deciso che a noi basta la penthouse, con una grande terrazza.

Perciò abbiamo dato in affitto il pianterreno e il primo piano.

La nostra penthouse è molto luminosa, perché ai due lati ci sono vetrate  quasi dappertutto .

Aprendo la porta d `ingresso della penthouse si può subito vedere  molto lontano nei dintorni.

Usiamo l’atrio come stanza da pranzo, il quale si collega con la cucina alla sinistra , tutta aperta, con un bancone nel quale si trova il piano di cottura.

Alla destra,  l’atrio si collega con il salotto. I nostri mobili sono in stile moderno ma tuttavia comodi.

Abbiamo cambiato le cose moderne con gli oggetti che abbiamo  accumulato durante le nostre vacanze.

Davanti a  tre lati del nostro appartamento c`è una grande terrazza, che  usiamo sempre se fa tempo bello.

Sulla terrazza ci sono tante piante da vaso, è un passatempo di mia moglie,  occuparsi delle piante.

Dal salotto si entra in un corridoio, dove si trova un bagno piccolo per gli ospiti, accanto c`è una camera per gli ospiti, che noi usiamo ogni tanto per fare un po‘ di sport.

Di fronte a questa camera c`è un’altra camera che usiamo come ufficio. Fino a qui si estende la terrazza, la quale ha quasi la  forma di una L.

Alla fine del corridoio c è un`altra porta.  Dietro la porta c`è la camera da letto, con un bagno incluso.

Stortino

Stortino era un uomo con la spalla destra più bassa di quella sinistra, cosa dovuta alla spina dorsale arcuata, che spostava verso sinistra il rispettivo fianco. Egli era vittima di una maledizione che lo obbligava ad ospitare nella sua testa due folletti in costante lotta tra loro, Nella parte sinistra del suo capo si era insediato il folletto Razionalaccio e in quella destra aveva preso dimora il folletto Emozionalone.

E cosi Stortino camminava e camminava cercando sollievo alla sua sofferenza. Egli amava frequentare i luoghi non spianati, come boschi collinari, coste rocciose, insomma tutti quei posti costituiti da figure e linee irregolari adatti a farlo sentire un tutt’uno con I’ambiente circostante.

Un giorno arrivò in un luogo al mare che era una costa prevalentemente rocciosa. Si sentiva a suo agio nel saIteIlare tra le asimmetrie di quelle rocce su cui scrosciavano infrangendovisi sopra le onde del mare. In un’insenatura sabbiosa al di sotto di lui era approdata alI’improvviso una creatura fresca come la rugiada, giovane come una gemma, ma non era una sirena, bensí una ragazza in jeans. Era stata una ragazza in jeans: adesso, dopo essersi levata delle calzature, faceva lo stesso con i pantaloni,  poi anche con la camicetta, mentre si avvicinava a lei una nuvola iridata di bianco, di rosa, di verde: un abito da fata? La giovane donna saltò dentro la gonna, ricadendo in un’imbracatura nascosta sotto strati di tulle. Stortino guardava incantato quel corpo su cui la gonna saliva di una spanna a coprire il seno della giovane: Lei si stava trasformando in una regina , che teneva già il capo più eretto. Quale prodigio stava accadendo? E quel viso non aveva la fronte della Gioconda, la fossetta di Venere, la bocca di Psiche? Stortino, con un solo balzo, si portò davanti alla «fata», convinto che lei era venuta apposta da molto lontano per trovare la soluzione ai suoi problemi. E lei gli parlò dolce dolce e gli raccontò:

C’era una volta una ragazza con un corpo di cui era molto delusa, soprattutto del suo viso. C `era quel naso che più la ragazza cresceva e più diventava pesante. Se parlava con qualcuno si accorgeva che non rispondeva a lei ma al suo naso, se saliva su un tram gli sguardi della gente circondavano quel grosso naso e anche quando, più tardi, stava con un uomo, capiva che ad essere a contatto non erano i loro corpi, ma i loro nasi. Cosi desiderava sempre di più di avere un altro naso, un altro corpo. E di giorno e di notte implorava santi e diavoli, fate e streghe, maghi e orchi di darle un nuovo corpo. Finché un giorno incontrò, non un mago o un Dio, bensì un chirurgo che stirando, allungando, stringendo, affinando, rigonfiando la fornì di nuove spoglie. La «fata» concluse il suo racconto in modo molto umano: piangendo disse che non si sentiva a suo agio nelle sue nuove sembianze. Quelle nuove forme erano sì stupende, ma purtroppo estranee alla sua anima formatasi in un altro corpo. Così Stortino anche quella volta non trovò la soluzione ai suoi problemi ma capì che lei era la sua anima gemella. Si sposarono ed ebbero molti normalissimi figli: uno con la gobba, I’altro zoppo, un altro nano, I’altro …

Bestie

braccioSignor giudice, ora se io le dicessi che ne conosco il motivo, sarei un bugiardo e lei avrebbe il diritto, in veste di rappresentante della legge, di incolparmi. Le posso anche giurare che mai prima di allora, prima di quel maledetto pugno chiuso, schizzato verso l’alto, spinto dal braccio piegato, frenato dall’altra mano che gli si abbatteva sopra come per bloccarne lo scatto verso l’alto, mai prima di allora, dicevo signor giudi­ce, mai avevo visto quell’uomo imbestialito. Io soddisfatto, e composto, passeggiavo sull’affollato lungomare, come le può confermare la mia amica, qui presente. II mare era liscio come l’olio; mi sentivo in pace con me stesso e con il mondo, con un mondo sul far della sera, tenue nei colori dell’imbrunire. Ora mi scusi, signor giudice, se mi lascio prendere la mano dai dettagli del racconto, ma lo ritengo doveroso per poterne comprendere meglio la meccanica dell‘ accaduto. Ebbene, ha ben presente l’atmosfera di quel lungomare, quando i colori del giorno iniziano ad affievolirsi e le ombre cominciano a prendere il sopravvento? Riesce a seguire gli eleganti passi, misurati, da passeggio, della gente perbene con quelle mimiche che esprimono benessere? Naturalmente non sta a me giudicare quante di quelle espressioni fossero state sincere e quante al con­trario cercassero di ingannare! Sa, signor giudice, come quando si ostenta tristezza ad un funerale o gioia in una festa, elargendo sorrisi a tutti… ah quante volte ci troviamo a dover sorridere senza averne nessuna voglia o a manifestare tristezza senza sentirne!

La prego, signor giudice, non mi guardi in quel modo: mi è impossibile frenare l’impeto dei sentimenti che sorgono nel ricordare quei momenti indegni di esseri razionali; purtroppo il mondo ne è pieno! Va bene, signor giudice, continuo senza perdermi in altre chiacchiere. Avevamo avuto la fortuna di trovare un tavolo libero da «Baffo d’oro», sa, quel locale frequentato da gente di tutto rispetto. Come? C’è già stato anche lei, bene. Allora Io sa-prà che gli avventori sono solo persone di un certo rango, che non hanno nulla da spartirecon certi… Ah se sapesse quali insulti mi vengono in mente, mi mor­derei le mani dalla rabbia! Capisce? Solo al pensiero di quel gesto che riporta ai primordi della vita, al mondo delle scimmie, a quelle esibizioni dei maschi, seduti a gambe larghe, puntando il pene in erezione contro gli altri… non so spiegarmi da dove fosse uscito quel bestione che si è messo ad insultare, che dico, a minacciare… ero scioccato, incapace di qualsiasi reazione.Ma d’altronde cosa può fare una persona mi-nacciata?! Come può reagire ad un pericolo? Ora vede, quell’uomo era aggressivo, una bestia feroce e l’altro… E no, signor giudice, non conoscevo neanche l’altro! Che cosa avrebbe potuto fare l ‚altro ? Avrebbe dovuto esserci signor giudice! Scappare: non poteva più farlo: il bestione l’aveva afferrato alla gola e stringeva stringeva! E non era servito a niente che la sua vittima si era fatto piccolo piccolo, si era inchinato, aveva pregato, chiesto pietà! Avrebbe dovuto vedere quale compassione suscitava la vista di quell’uomo che si umiliava così. Ma la bestia, sì non poteva essere altro che una bestia, perché un cristiano, una persona con un minimo di civiltà, anche se avesse dovuto, per varie ragioni, scendere così in basso, avrebbe smesso di aggredire! Non le pare signor giudice? E invece si gonfiava sempre di più; i muscoli tesi.il petto pompato d’aria, lo sguardo fulminante, assassino, i pugni stretti, la voce bassa, minacciosa, senza un barlume di ragione. E poi si dice che l’uomo è pacifico, perché ha paura di riportare ferite. Anche il più forte del mondo! Ma quello era completamente irresponsabile! La paura ce l’avevamo noi altri, tutti quelli che per nostra sfortuna ci trovavamo Ií, senza trovare il coraggio di intervenire. E con quale velocità avvenne tutto. Eh sì, signor giudice, non è come nei film: sa, quelle scene di lotta, stilizzate, come dei balletti in cui i due nemici si colpiscono al-ternativamente, cadono, si rialzono, i movimenti sono rallentati ed esagerati per renderli più spettacolari. No, ripeto signor giudice, non era così: è stato un attimo, sa… e neanche come… mi ricordo che da bambini, quando litigavo per avere qualcosa, uno afferrava l’oggetto, l’altro arrossiva e piangeva. Poi spinte, calci, morsi, capelli tirati e soprattutto colpi dati dall’alto verso il basso, con il pugno. Come fa anche, mi scusi per l’esempio, la polizia, ma capisco, tra tutti i mali si sceglie il minore: il colpo dato dall’alto in basso è meno pericoloso dei colpi dati frontalmente contro la faccia, i genitali, e così via. Devo tagliare corto, signor giudice, vengo al sodo. Ecco vede forse è colpa della società: mi sovvengono i primi­tivi : si limitavano a sottomettere l’avversario nella lotta corpo a corpo, poi si facevano dei duelli in cui al massimo moriva un uomo, cosa gravissima. Ma cosa avviene oggi? Oggi l’avversario si annienta con le armi, e spesso l’avversario e un intero gruppo, un intero popolo. Basta schiacciare un bottone. Sì, signor giudice, lei ha ragione, non mi dilungo più. Allora le stavo dicendo che fu questione di un attimo: fece quel maledetto gesto, gli si buttò addosso, strangolandolo, massacrandolo a colpi, rompendogli le ossa, e calci nei genitali… signor giudice,non ci ho visto più dalla rabbia: ho preso quel coltello che c’era lì davanti a me, sul tavolo vicino, e l’ho conficcato nella schiena di quella bestia.

Basta! Me ne vado…. o no?

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Basta, me ne vado!…o no?

Un racconto di Liborio Pepi,

Parlando con questo e con quell’altro conobbi Rosario De Angelis,un uomo quanto meno singolare per il tipo di vita che conduceva. Mi era stato indicato come la persona adatta da intervistare per I’articolo richiestomi e per incontrarlo quella sera, esattamente alle ore ventuno,avevo risalito la David Strasse, in quartiere San Paoli di Amburgo.
Di santo quel quartiere aveva ben poco, semmai sarebbe stato un paradiso, a patto di credere a una trinità diversa da quella venerata da noi cristiani. Dionisio, Venere ,e il Dio del denaro.
Avevo percorso quella strada avanzando con improvvisi guizzi laterali, così come avviene su una spiaggia, se ci si passeggia sopra indossando vestiti e calzature e ti sposti di corsa allo scrosciare delle onde se non vuoi inzupparti scarpe, calze e pantaloni. C’era una lunga fila di donne appariscenti sul marciapiede, appoggiata ai muri delle case, compiva un movimento ondoso .Le donnine o donnone o fate voi, una dopo I’altra abbordavano gli uomini di passaggio considerati, forse a ragione, tutti quanti potenziali clienti. Ma io avevo già il mio bravo appuntamento di lavoro con Rosario De Angelis …
Salii i tre gradini del locale, spinsi la porta e mi ritrovai davanti al bancone del bar-ristorante pullulante di gente e probabilmente più affollato dell’adiacente Herbert-strasse. La famosa Herberstrasse, stradina galleria a cui era vietato I’accesso alle donne, viste come potenziali concorrenti dalle altre esposte in vetrina, di nudità non totale, linee, curve esaltate da indumenti-accessori sexy.
Sentii gli stimolanti odori provenienti dalla cucina e godetti della vista dell ‚ananas superstar, del cetriolo di successo, delle eleganti zucchine, delle mozzarelle letterarie intente a intrattenersi su questo film e quel libro, su quel lavoro teatrale e su questo nuovo contratto. Numerose erano anche le comparse ,atte a essere contorno ,Ie insalate di diversi generi ,dalla rucola, considerata pregiata, alle cipolle prodotte in massa. Per quanta riguarda me, io ero forse un semplice pomodoro, sebbene con il pregio di non provenire da una serra olandese. Rosario aveva detto che lui,in quel ristorante italiano e naturalmente in voga nell’ambiente creativo,
-Io sono un limone ed esattamente un limone spremuto.
Aveva detto questo sei mesi prima ed esattamente alle ore due della notte e quindi quando aveva già bevuto abbastanza. Rosario era già seduto su uno sgabello al bancone. Mentre cercavo nella calca di avvicinarmi a lui frammenti di ricordi di quella sera in cui ci eravamo visti per I’ultima volta mi si affacciavano alla memoria:
– Via,via, parto e me ne vado!-
Aveva esclamato e. si era accasciato sulla sedia, accanto al joux-box, accanto a me, ad una parete. Rosario aveva abbassato la sua testa incanutita prematuramente
-Via,via, basta me ne vado per sempre.-
Ripeteva Rosario, questa volta a bassa voce, come in una preghiera per quel Dio portato dentro così come se fosse stato un peccato segreto. Allora non sapevo ancora quanti anni quell’uomo avesse, intuivo la sua età ,intorno ai quaranta, cosí come intuivo che non pochi erano i segreti custoditi da quell’uomo di cui non conoscevo neanche il colore degli occhi perennemente nascosti alla vista degli altri da degli occhiali scuri.
-Tra pochi giorni riparto per l‘Italia ,ma questa volta non voglio più ritornare in Germania. Voglio restarmene lí per sempre, lá dove i limoni sono cose normalissime .Sono stufo di gente che sogna del luogo dove i limoni fioriscono, mentre si ingozzano di wurst e crauti. Altro che „conosci il paese dove i limoni. ..,altro che, io qui mi sento un limone spremuto! -.
Disse Rosario e poi :
.- Una grappa!-
Aveva ordinato a Nuccio,il cameriere.
Buona sera!- Avevo detto io salutando Suno Suni ,I’ananas superstar. Era passato accanto a noi e rotolando graziosamente si era recato .al bagno.-
E cosí quella sera, mentre pensavo a Suno Suni, riuscii a trovare qualche centimetro di spazio libero tra lo sgabello di Rosario e le lunghissime gambe di una sconosciuta stellina di quel firmamento dagli usi e abusi celestiali. Ciao potei dire a un Rosario sorridente ,“sicuramente ,“ pensavo io „per il piacere di rivedermi“.
E con pochi preamboli iniziò a raccontarmi di come si era svegliato quella mattina.
-È vero, e normale, quando sta per farsi giorno, i chiaroscuri si presentano irreali per la realtà e reali per I’immaginazione –
Rosario sostenne :
In quell’alba, per niente attesa, quegli aloni chiari avevano scosso la sicurezza offertami dal buio, timoroso com’ero di quel mondo, che riemergeva dalla notte, obbligandomi a ritornare ai doveri del vivere, imposti all’individuo da gente faccendiera.
Raccontò di quel faticare a trovare una posizione giusta, con quella pesante testa che fluttuava in un eldorado di immagini, sbattuta da un turbinio tra campi magnetici, in un mare di sensazioni contrastanti , susseguentesi senza un ordine apparente.
:-Quella era stata o no una pizza? La canzone in sottofondo era onon era stata ,,0 sole mio „? Ed io ero un italiano? sicuro ? Ah quanto è difficile la certezza soprattutto quando è mattina presto e se ti sei svegliato è solo per abitudine, come I’abituale voglia di continuare a chiedere ristoro al caldo letto, prolungando lo stato di dormiveglia..-
Continuò:
Inoltre perché non ho scelto una bella bruschetta tricolore: pomodoro, basilico, pane bianco ? E … certo italiano sí !, Ma in quel caso sarei stato di destra? Accidenti ai preconcetti!
Rosario si era girato sul letto e nella penombra aveva intravisto la lunga schiena di lei.
: Il reggicalze, lo indosso quando mi pare e non per questo io parteggio per la destra!.“ Questo aveva affermato lei,
Lei si chiamava Mara, mentre le note di „0 sole mio“ avevano scaldato la sala del locale, e questo era avvenuto la sera precedente, davanti ad un bouffet internazionale a conclusione di una conferenza su vecchi e nuovi pregiudizi e preconcetti.

:-Mara sei europea anche tu? e precisamente italiana? e italiana di dove ? e poi sei sposata? e se sí, tuo marito è qui anche lui? –
Questo ed altro le aveva chiesto Rosario.
: Anch’io sono italiano almeno a giudicare dall’aggettivo posto sul passaporto accanto alla voce Cittadinanza. E quelli erano dei
profilattici inglesi, ma la confezione rimase intatta a bella mostra sul comodino.-
Aggiunse I’anima beffarda di Rosario ,
: Gli inglesi fumano la pipa e sono impassibili , imperscrutabili, avvolti come sono in una nuvola di fumo come se fosse la nebbia dei film su Sherlock Holmes.- sí proprio cosí: si rincorrevano le immagini,a volte si incontravano armonizzandosi altre volte si scontravano.-
Dal racconto di Rosario traspariva che quello stato di dormiveglia era la naturale continuazione della sonnolenza sopportata da lui durante quella conferenza in cui vecchi pregiudizi si erano accavallati a nuovi, si erano sovrapposte fantasie costruite su spezzoni di realtà, trattati nei discorsi. Erano state create nuove immagini di vecchi contesti, e sorgevano nuovi contatti tra i diversi rappresentanti del Vecchio Continente .Rosario disse :
-Al di là delle parole , inizialmente avevo adocchiato una stallona svedese, una rappresentante di quell’Europa libera in amore e sicuramente ben disponibile,con i suoi capelli color paglia, a sdraiarsi sulla sabbia dorata di una spiaggia libera-.
Rosario era sobbalzato sul letto: i suoi centosessanta centimetri di lunghezza si erano trovati sdraiati su una spiaggia al tramonto e la sua bocca arrivava appena appena alla base del collo di lei , e lei era sotto di lui.
-Ma fatemi il piacere come è possibile dire che lo stare sopra alladonna sia di destra?“Se fossi stato io a stare sotto, forse lei mi avrebbe schiacciato!-
Disse Rosario e poi sorrise al pensiero degli spagnoli:
-Uccidono i tori alle cinque della sera- Aveva detto un conferenziere in una lunga lista di pregiudizi. Ecco forse era meglio che la svedese andasse con un focoso spagnolo, con un torero che non teme né tori e neanche stallone. “ Ma agli ormoni non si comanda, il sesso è fisico e naturale. Anzi con uno che la pensa in un altro modo è ancora meglio, la passione può essere alimentata dal disprezzo.“ Anche questo venne detto da Mara..
Mara non era un’italiana scura di capelli, Oci Ciornia,no Mara era biondissima, dagli occhi chiari e Rosario I’aveva scoperta fornita di reggicalze e biancheria rossa ,chiaramente indumenti di destra ,avevano affermato gli esperti in materia. Però durante la notte, lei aveva urlato come una di sinistra. No.non esiste più destra o sinistra, continuano le condizioni italiane? Rosario sorrise ,ma di un sorriso enigmatico dove I’amaro e il dolce si combinano ,a formare l‘agrodolce .E continuava dicendo di essersi aggiustato il cuscino sotto I’orecchio per il bisogno di sentire qualcosa di concreto ,di un appiglio ,di qualcosa a cui aggrapparsi per bisogno di sicurezza
-Per fortuna è ancora chiaro chi sono gli svizzeri“
Disse e in cuor suo sorrise al pensiero della barzelletta del cacciatore svizzero che ammazza inavvertitamente una lumaca che I’aveva sorpassato. __
Poi, Rosario aveva aperto gli occhi pesanti di sonno e aveva lanciato un‘occhiata all’orologio a cucù , non svizzero ma della foresta nera. Ma quelle palpebre pesanti di sonno si erano riabbassate. Aveva pensato all’uomo nuovo di cui si era parlato la sera prima: quello che piange e accudisce i bambini, ma poi fatica a trovare un’identita sessuale. E pensò pure alla donna nuova: quella che chiede all’uomo di reinventarsi una nuova mascolinità che la soddisfi senza offenderla. Rosario e Mara quanto avevano bevuto la sera prima!,
-_Sono ritornato a casa alla guida della sua macchina guidando come un belga, sí proprio come un Belga ,che si sa che questi guidano da cani!-
Rosario si sentí infastidito da quel pensiero e sbuffando si era girato dall’altra parte e strisciò sul letto per avvicinare la sua schiena a quella di lei che dormiva beatamente con un respiro regolare e lento ,quasi svizzero. Accidenti non aveva fatto solo scorpacciate di alcool ,ma anche di luoghi comuni che rispuntavano alla mente come il levarsi del nuovo giorno.
-Mara aveva detto che le vere differenze non erano riscontrabili tra i diversi paesi europei ma in tutti i paesi europei tra gli uomini e le donne: -Voi uomini non siete capaci di avvicinarvi all’animo femminile, non siete in grado di parlare e affrontare i sentimenti, ne avete paura. Voi volete sesso,noi vogliamo sesso e rapporto!.
Rosario si rlcordò di essere divenuto avaro di parole dopo quell’affermazione, avaro di parole :
-Come un olandese con i soldi!-
E cosí dicendo si era dedicato ad una crepe Suzette alla fiamma, sebbene quella fosse una leccornia per la destra nazionale e fascista.
Poco dopo, Rosario stufo di tutti quei pensieri rompicapo si era alzato e fumando come un turco aveva pensato alla stupenda notte trascorsa con Mara e che quindi aveva fatto bene ad aver fatto I’indiano su certe questioni come quella che voleva la tradizione di destra e la trasgressione di sinistra ,o come quella che il caos era italiano e I’ordine teutonico. Pensava anche che forse I’unica cosa veramente importante fosse quella di riuscire ad avere un orecchio da mercante. Ma data I’ora non ne era stato sicuro al cento per cento
Adesso Rosario se ne è andato e chissà se mi capiterà più di incontrarlo.Io,da parte mia non lo cercherò, qliel’ho promesso. Neanche lui tenterà di incrociare il mio cammino. Se dovessimo rivederci allora questo sarà dovuto al destino. Di lui mi sono rimaste tante gemme del suo passato che faranno sbocciare il mio futuro..Rosario usava dirmi:
-Bisogna guardare lontano, che solo quando scrutiamo I’orizzonte possiamo rilassarci, ogni qualvolta ci soffermiamo sul vicino ci consumiamo ci logoriamo,bisogna essere in grado di staccarsi dall’immediato,ma non rifiutandolo ,semplicemente lasciandolo scorrere, come se fosse già passato, perchè tanto tutto ritorna , che la vita è un‘ eterna giostra di situazioni, che ritornano, anche cambiando i protagonisti.
Buona sera,buona sera signorina … “ La voce dal youx-box era rauca come quella di Rosario:
-Non conosci il paese dove fioriscono i limoni,dove …. Ah no, non lo conoscono ,non lo capiscono proprio .Limoni marci,spremuti, ecco quello che c’e. non è meglio iI sapore scialbo ma genuino della patata?
Io, sinceramente, adesso non mi ricordo se mi disse questo in quella sera o in un’altra: furono cosí tante le serate trascorse insieme. Non era la prima volta che I’alcool rendeva estreme le parole, corrose ed appicicaticcie faticano ad uscire dalla gola e ricadono, si spiaccicano sul tavolo ,gocce di lava,e avvelenano I’aria ,ti trascinano all’inferno.
-Guarda ,guardati, guardali, guardami! Chi siamo? Che stiamo a fare? Non è tutto un coro di no? Non ne posso più. Sono stanco di vivere cosí.-
Rosario tacque di colpo. Fissava una coppia che avvinghiata ballava un tango dimentica di tutto nell’emmensità del breve spazio tra noi accanto al joux-box e il bancone
-Ecco la vita è …. la vita è un tango e porta I’uomo, la donna nel fango .. Nuccio una Grappa.-
Riordinava Rosario.Quanto avremo bevuto? Nel frattempo entrò Antonio .Guardò la coppia che ballava, quardò noi, riguardò la coppia e fece una piroetta. Antonio era ballerino, o meglio lo era stato, aveva smesso a causa del suo mal di schiena A trent’anni si è vecchi!“ Usava dire. Cosí da ballerino era diventato pittore, almeno ci provava , tra un lavoretto in un bar e un servizio in un ristorante, “ bisogna arrangiarsi “ e per mancanza di soldi dipingeva con i fondi di caffé. E non erano male quelle piccole figure dipinte con poche e sicure pennellate. E mentre si cimentava con la pittura ,tra un piatto da lavare e un bicchiere di vino da servire:-Se riesco a vendere abbastanza,voglio frequentare un corso per registi,a New York da Robert De Niro.!- Ci aveva informato. C’era anche Nuccio iI cameriere, che schifato guardò Antonio e gli disse: – Ma va a cambiarti e va‘ a lavare i piatti,va‘!.- Poi si rivolse a noi:- Lui pittore! Io voglio andare direttamente in un museo! Senza passare da gallerie, senza gavetta, io si´,chi era Picasso?- Anche Nuccio dipingeva Anche Nuccio ambiva a diventare una stella del firmamento che costituiva il cielo di quel ristorante. Io e Rosario ci scambiammo una complice occhiata,
mi disse: -Adesso ci manca solo Renato con quegli occhi che sembrano due cipolle astrali ,Renato I’artista in perenne crisi: Oggi mi ammazzo! E il saluto che mi porge da una settimana a questa parte di mattina tardi, apre la porta del mio ufficio e mentre sono preoccupato per le fatture da pagare ,per le iscrizioni dei nostri scolari che tardano ad arrivare ,mentre evito di rispondere al telefono per la paura che sia un creditore che vuole soldi, lui arriva e „oggi mi ammazzo!“ dice.

A cena con il lupo

„Italia e Germania, Paesi la cui storia si intreccia in un perenne rapporto conflittuale di odio-amore, sono parte della vita di Liborio Pepi come della sua attività di insegnante e di scrittore. Nel romanzo A cena con il lupo essi si trasfigurano cambiando nome e confini geografici: Esopia e Reich der Wahrheit sono le nuove entità politico-culturali dell’Europa di un prossimo (immaginario?) futuro. Qui i rapporti umani sono regolati da un ordine gerarchico che, per quanto voglia dirsi illuminato, si fonda su teorie di stampo razziale che mirano all’uniformità del sentimento e del pensiero. E quando Giovanni Sollazzi, esopo di belle speranze che aspira alla totale integrazione nel mondo dei Giusti, si innamora di Heva, perfetta creatura del Reich, nel meccanismo qualcosa si inceppa…

Il romanzo può leggersi come storia d’amore, come ironica trattazione socio-politica, o come un’unica, grande metafora delle tante contraddizioni dell’essere: elemento maschile e feminile, ragione e sentimento, opposti interessi e concezioni di vita. Ma una possibile lettura non disturba l’altra e tutte possono coesistere nella massima libertà di inter-pretazione: questa la principale qualità del romanzo, che risulta insolito, profondo e divertente al tempo stesso.“

Questa fu la recensione scritta da qualcuno della casa editrice di questo libro finito di scrivere nel 1995 e  pubblicato a mie spese nel 1997. Era un periodo in cui credevo che ogni parola scritta doveva essere valutata, pesata e il risultato fu un „mattoncino“; -ino  nel limitato numero di pagine, mattone in quanto a pesantezza. Nel pieno delle mie forze mi ero immaginato vecchio e malato in un ipotetico futuro posteuropeo, un vecchio che pensava alla sua giovinezza.-Ai posteri l’ardua sentenza-

Liborio Pepi


 

A cena con il lupo

 

Ora che sono già anni, passati nell’obbligo di convogliare il flusso della vita, facendolo defluire tra degli argini adatti sia a non strozzarne la portata, sia a impedirgli di straripare, inondando violentemente, trascinando animali annaspanti, piante sradicate, fango, distruzione, morte, terrore, ora un quieto racconto potrebbero diventare le mie parole, saggia è la mia età, decrepito il mio corpo.

Ora sto nella calma necessaria per dedicarmi a me stesso, senza nessun offuscamento dei ruoli che ho assunto nelle diverse situazioni.

Ora mi immagino un compiacente interprete voglioso di leggere cosicché io possa avere un mezzo in più per andare avanti.

Adesso è tempo di dedicarsi al lettore, altrimenti fuggirebbe annoiato, mancandogli il giusto leggere, necessario al possesso della conoscenza dei fatti.

E potete credermi che ne ho di situazioni da sbrigliare, forse non così ben intrecciate, ma sicuramente più sofferte di quelle narrate nei libri della biblioteca che sta nei saloni sotto la mia cella. No, non abito in un carcere, anche se per molti versi sono un recluso.

Di tanto in tanto arrivano dei lettori: a volte singolarmente, raramente in gruppetti e si inerpicano su per questo monte, ansimanti compiono gli ultimi cento metri della ripida passerella, sospesa sul vuoto di una caldera circondata da costoni di roccia friabile.

Quieta si fa l’attesa nella maestosità della biblioteca, e trovo sempre sufficiente tempo per allontanarmene prima che entri un altro lettore.

E le parole emergono dalla memoria e sono involucri di mosaici in continua metamorfosi.

E le parole creano il lettore e testimoniano il magico scaturire di immagini da segni scritti, segmenti di un circolo di associazioni nati nella chimica del pensare, prodotta dal susseguirsi delle esperienze.

Ah come incanutisce il capo, si raggrinza la pelle, atrofizzano i muscoli, dolgono le articolazioni.

E il mio corpo invecchiato sente pungere la piastrina conficcata nel braccio sinistro; ora la deperibile e flaccida carne sente il peso del confronto con l’eterna cosa.

Ma allora no.

Non era l’anno 1984, né allora, all’epoca in cui si svolsero i fatti, né oggi lungo periodo di riflessione necessario al racconto. Confesso che sono più le ore passate nelle altre attività che quelle dedicate alla seguente storia, che purtroppo non sarà il frutto di irreali pensieri, bensì il tentativo di analizzare dei fatti, ai quali ancora mi astengo dall’attribuire delle qualità. Probabilmente lo farò man mano che i segni magici delle lettere fisseranno simboli e messaggi relativi all’accaduto.

Dai miei interlocutori, dalla vita, dai libri, dai personaggi reali e fittizi, dai gesti e dalle finzioni, e da una frase di mio nonno, sarei tentato di iniziare nel seguente modo:

«Addi…», oppure: « Nell’anno del Signore…»

Ma lascio perdere, che la prima è una forma sorpassata e la seconda anche antica, e le cose antiche hanno una portata troppo grande, non contenibile in involucri atti a custodire, ripescando dalla memoria, i seguenti fatti, vissuti in dei giorni pur molto simili a tanti altri, sia anteriori che posteriori, eppure così unici come momenti, così determinanti per quello che sarebbe stato il mio futuro.

I

 

Era una serata d’ottobre non molto più fredda e ventosa di altre e non mi interessava sapere che ora era. Era un piacere starsene sdraiato, nudo, nel calduccio della mia tana — ma di una tana degna di un re in esilio – dopo una bollente doccia, rabbrividivo ancora al pensiero del mio mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento. Ero scivolato lesto lesto tra i battenti della porta del mio rifugio, più veloce dell’ingresso di qualche folata di polvere. Non avevo avuto neanche il tempo di togliermelo quel cappotto ricoperto di freddo, allorchè era squillato il video-telefono. Avevo visto affacciarsi il volto del „Grande Fratello“. Grande Fratello era Marco. Anche lui chiamava me Grande Fratello. Questo era il nomignolo con cui ci apostrofavamo scherzosamente, senza nessuna allusione ad Orwell. Quel soprannome, come del resto i soprannomi in genere, era il titolo di una storia, di una farsa avevano detto certe persone, mentre per quanto mi riguardava preferivo rinunciare a qualsiasi definizione, visto che si trattava della mia vita, di una vita probabilmente norma-lissima nella sua unicità, ma svolta in ambienti forse veramente un po‘ strani, certamente grossolani e burleschi in molte delle loro caratteristiche. Ad ogni modo nel lungo gioco spensierato ehe conducevamo in un mondo molto problematico, un gioco condotto da ragazzacci (anche se non più giovanissimi), combinavamo, talvolta, qualche monelleria, e se scoperti, scaricavamo la responsabilità sull’altro: lui diceva che era colpa mia, e io che era colpa sua. Quasi come se ognuno non avesse avuto la propria testa. Naturalmente era tutto un gioco.

Marco mi aveva riferito di un invito a cena; ad una cenetta privata a casa di una Giusta. Nell’invito si desiderava che Marco portasse con sé un altro lupo, un altro bell’esemplare Esopo. E io ci sarei andato molto volentieri, altro che se ci sarei andato, ci sarei andato, di corsa, subito. Ma sapevo che io nella mia funzione di lupo non ero voluto.

Quanto avrei voluto rivedere quella donna. E di tentativi ne avevo fatti. Mi rilessi l’ultima lettera che le avevo scritto ma non ancora spedito:

Ricordare trasforma il rapporto con un passato che si lascia scorrere come acqua mischiandosi ora a questo, ora a quell’altro. Neanche il tuo di ricordo è concluso: continua a scorrere tra gli argini dati dalle situazioni in cui mi muovo. Certo il tuo viso è rimasto quello di un giovane essere, e mi sta scolpito nel cuore. Tante volte lo cerco, quanta energia mi dona lo scorrere lungo le linee del tuo volto. Ah potessi stringerti a me. So che è un desiderio irrealizzabile, ma sta tranquilla non ne soffro. Sono realista quel tanto che basti da permettermi di sapere che non si può abbracciare tutto il mondo. E quel tuo giovane dolce volto è più grande di tutto il mondo. Già i tuoi occhi reggerebbero il confronto con i più grandi laghi vulcanici. Le tue guance sono più vaste dei due emisferi terrestri: lunghissimi sono i periodi necessari a sfiorarne ogni poro. Non mi stanco mai, che il riflesso chiaro nel ricordo che di te ho, mi aiuta a non disperare per la rapidità con cui il presente precipita nel passato. Le tue labbra schiuse inghiottono una lunga sfilza di aggettivi di lode e ammirazione per la tua bocca che ritrovo li in della frutta, là in nessun’altra donna. E la vista, la mia, si scalda alla tua. Quanto parla questo silenzio, amo questa solitudine che mi permette di ricominciare daccapo, questa volta dal tuo naso. E precipito subito nei tuoi occhi. Un oceano. Perché quella lacrima? Un timido brillio di una perla opaca. Una goccia sgorga e discende sulla tua guancia costeggiando il naso, si ferma sul bordo del labbro, e la tua testa reclina si appoggia al mondo. Io rido, sorrido al dolore di un ricordo che non muore.

Anche quest’ultimo mio tentativo sarebbe rimasto senza risposta, ma questa volta a causa mia, visto ehe non avrei mai spedito quell’ultima lettera.

È vero, non stavo per niente bene in quell’ottobre freddo e triste. Provavo un’indifferenza sfociata in una vergognosa pigrizia. In genere non ero pigro, tutt’altro: conducevo una vita molto attiva. Del resto vivevo in due paesi: domicilio in uno degli staterelli della penisola esopa, residenza in Reich der Wahrheit. O era il contrario? Accidenti ai vocaboli burocratici; allorché arrivai in Reich der Wahrheit molti anni fa, ero completamente a digiuno di quelle parole che pur considerando astruse, aliene, avrei voluto più vicine, per sapermi arrangiare meglio in quel paese tutto da scoprire. Venivo da lontano e volevo andare lontano. Ma quei momenti non erano semplici. Mi consolava il fatto, lo scoprivo man mano che il tempo passava, che non era solo una carenza mia: „anmeldarsi“ era in uso dire tra gli Esopi residenti (ah, ecco: residenza era quella che avevo qui) nel paese dei Giusti per definire l’atto burocratico che rendeva confacente alle leggi il prendere domicilio in questo paese, e riaccidenti! domici­lio o residenza?

Non è facile trattare di fatti svoltisi in quegli anni, e ardua l’impresa di un’esposizione obiettiva, distaccata. E non e semplice il rinvangare per la memoria: talvolta gli avvenimenti si assomigliano e si confondono; altre volte i ricordi ripugnano, soprattutto quelli di delitti capitali; e spesso per una mente provata dagli anni, non è semplice puntare il fascio di luce del ricordo sull’oggetto della volontà, non sono nitidi i particolari, e appaiono solo sagome scure di profili in controluce.

Fortuna delle fortune è l’aver ritrovato degli appunti buttati giù in quel periodo, e per amore della verità ve li mostrerò. Ma non ora, gli anni trascorsi mi hanno insegnato la correttezza di fare la cosa giusta nel momento giusto. E poi lasciatemi godere del piacere di raccontare, datemi l’illusione che siate ad ascoltare interessati all’argomento e, almeno, non annoiati dal mio modo di riferirvi le cose.

Nella penisola esopa, e in generale in tutte le regioni non comprese nel territorio del Reich der Wahrheit i dialetti regionali, locali, avevano preso il sopravvento sulle lingue nazionali, ormai relegate a clandestini scaffali, nascosti nei posti più remoti, accessibili a poche persone. Anche gli abitanti del territorio compreso tra le Alpi e la costa africana, si erano ripartiti in una miriade di città-stato. Comunicavano nei dialetti derivati dalla lingua italo-europea, quella lingua sviluppatasi nell’esistenza della confederazione europea. L’unione si era disintegrata a causa di una logica perversa che aveva visto l’Europa contro il mondo, i singoli stati europei contro l’Europa, le singole regioni contro lo stato, le provincie contro le regioni, i comuni contro le provincie, i quartieri contro i comuni, le famiglie contro i quartieri, e gli individui contro le famiglie. Anche l’Italia politica non esisteva più. La penisola era divisa in centinaia di staterelli in perenne lotta tra loro, accecati dalla difesa campanilistica del proprio territorio. Ogni città usava la sua lingua, e accentuava fino all’esasperazione le differenze con le zone limitrofe. Per fortuna, già da anni, erano stati banditi gli eserciti: le guerre, le battaglie erano parte della memoria di un passato cruento, sanguinoso. Era come se la natura umana avesse dato vita a delle inibizioni contro la guerra. Le innumerevoli dispute venivano risolte in altro modo, in un modo per niente nuovo, anzi, al contrario antichissimo: il duello. Di gente ne moriva già troppa a causa delle diffuse malattie incurabili a breve decorso: nel giro di poche ore una persona in perfetta salute poteva ammalarsi e morire.

E si moriva per motivi che la scienza sapeva spiegare ma non eliminare: erano, in buona parte, errori del sistema immunitario.

Quante vite ancora verdi furono stroncate da un semplice bicchiere di latte di mucca: una quantità abnorme di anticorpi invece di aggredire le proteine del latte di muc­ca, distruggeva quelle che producevano insulina; quante stragi causate da prolifici cuginetti del bacillo del tifo; e allergie alimentari: dopo aver addentato un cibo le labbra e la lingua si gonfiavano, la gola si stringeva e una nausea violenta faceva vomitare, poi tra l’indifferenza dei presenti ormai abituati a scene simili, il respiro si faceva difficile, il volto cianotico, e perdita di conoscenza; ancora un morto; diagnosi: allergia alimentare, shock anafilattico da allergia alimentare.

Persino i più semplici cibi nascondevano minacce, insidie e frodi. Anche le teste calve di quasi tutti i Richtig­mensch sia uomini che donne che non solo venivano al mondo privi di capelli, ma ci restavano anche per tutta la vita, erano spesso bisognose di nascondere la calvizie con parrucche e parrucchini.

Quanti estetisti esercitavano e quanti sepolcri là all’ombra dei cipressi, qua dei faggi piantati intorno alle mura delle città, attaccate da una natura infida, forte, più forte che mai, più bella che mai nel suo rigoglire selvaggio.

Comunque stavo dicendo che in genere ero molto attivo, anche se dovrei differenziare tra l’essere attivo in Esopia e il mio modo di agire nell’illuminato Reich. Non è facile correre sul filo di un discorso veloce, rischio di

smarrirmi tra il marasma delle vie per le quali agiscono i protagonisti dei seguenti fatti.

Ecco la dimenticanza di spiegare l’origine del vocabolo „anmeldarsi“, allora: se uno straniero voleva stabilirsi nel Reich der Wahrheit, una volta superato il fatidico test „Musterung“ atto a stabilire l’idoneità, soprattutto della psiche dell’individuo, che le condizioni fisiche erano certamente superiori alle loro, almeno per quanto riguardava gli anticorpi, doveva presentare domanda dell“Aufenthaltserlaubniss“ (permesso di soggiorno), e per potere fare questo bisognava prima dimostrare di avere già un’abitazione ed essere iscritto all’anagrafe, naturalmente dopo aver ricevuto la bramata firma dell’affittuario, il quale affittuario ti concedeva la sua firma se avevi già un per­messo di soggiorno. Dunque per avere il permesso di soggiorno bisognava essere iscritti all’anagrafe, ma per poter ricevere il certificato di residenza dovevi prima avere avuto la fortuna di trovarti una casa, che non ti veniva data se non possedevi il permesso di soggiorno, per non parlare del lavoro… Arbeiterlaubnis, Arbeit­splatz, Arbeitlosengeld, Arbeitslosenhilfe, Sozialhilfe, senza una lira, capite?

La vita continuava ad essere complicata. Ed arrangiarsi era normale. Bisognava sapersi districare, tra quei grattacieli di vetro e di acciaio svettanti tra edifici più bassi di epoca antecedente. Senza farsi fregare in quelle maree di onde magnetiche necessarie alla fitta rete dell’elettronica che dominava la vita dei Giusti e della minoranza di cui anche io facevo parte.

E non rimaneva molto tempo a disposizione per ricerche lessicali. Ci si arrangiava anche con le parole e sorgeva un nuovo gergo e da Anmeldung vocabolo tedesco che per un nuovo arrivato significava: risolvere il dilemma : a) prima la casa o il permesso di soggiorno b) ore di fila e) un  impiegato scontroso e una lingua cacofonica, ermetica d)  una tassa da pagare , e il sollievo di sentirsi in regola con lo stato ( almeno in questo) dicevo da Anmeldung si coniava anmeldarsi verbo esopo-richtig della prima coniugazione, riflessivo. Ne segue la coniugazione: io mi anmeldo, tu ti anmeldi, lui, lei si anmelda… anche Heva si era anmeldata, che in un altro contesto significa farsi vivo. Si era fatta viva organizzando una cena.

Di solito mi precipitavo, preso per la gola accettavo gli inviti di questo genere. Mi piaceva la compagnia, soprat­tutto quella femminile. Potevo vantarmi di avere un certo successo con le donne, ma non pensate che sia stato uno spaccone, per carità! Non voglio dire di essere stato particolarmente bello o al di sopra della norma, il fatto è che conoscevo un piccolo accorgimento: bastava far sentire la donna donna, bastava saperla lusingare con parole semplici nel silenzio del suo cuore avvolto in un groviglio di frasi sinuose, problematiche, dette da uomini-falene che giravano e giravano intorno alla fiamma che li attraeva fino all’autodistruzione, dimentichi che la bocca, le bocche, la propria bocca e la bocca dell’interlocutrice, non servono solo a parlare, ma a baciare, mordere, mangiare, succhiare. Quante malattie assillavano i Richtig­mensch. Molto diffusa era la Dsi (desiderio sessuale ipoattivo) che conduceva ad anni di astinenza, a lunghi periodi vissuti nella discussione di problemi e della relativa soluzione con la conseguente morte dell’eros.

Per quanto mi riguarda, io, mi sentivo più un leggero Pegaso pronto a librarsi rapidamente sul sentimento premuroso che sà percepire la fatica espressa da un viso, reso più bello dallo sforzo, bisognoso di lusinghe. Ma Pegaso anche se alato è sempre un cavallo e se necessario sà anche scalciare. Anch’io come latino ero soggetto alla sindrome del Cbs (comportamento sessuale compulsivo), l’ossessione della sessualità, una sessualità coatta, frenetica, masturbazione a raffica; quale disturbo doloroso quel desiderio sessuale che invece dovrebbe fluire normalmente tra due persone che si piacciono. Sarò stato anch’io una persona ansiosa che rispondeva allo stress con enormi scorpacciate di sesso, di un sesso senza amore, intimità, piacere, ma solamente sollievo.

Contrariamente al solito, l’idea di una cena, di quella cena, mi costernava. Sentivo tutto il peso del ruolo che avevo ormai assunto nella costellazione delle persone che avrebbero desinato intorno a quel tavolo. II ruolo del lupo, del lupo preso in trappola. E invece no! Questa volta il lupo se ne sarebbe stato rintanato, dedito all’ozio, magari davanti al televisore a sedici pollici, in bianco e nero, avuto in possesso per dieci marchi, grazie ad un annuncio letto sull’Avis. Lei voleva sí un lupo ma non me. Ed io lupo lo ero eccome, ma in quel caso ad una ben determinata persona evidentemente non apparivo più come il lupo, bensì come l’agnello! Ed ecco che mentre sentivo battere il cuore come se portassi in petto una bestia impazzita, turbato, ebbi come una illuminazione divina, suggeritami da un consiglio televisivo di un Padre della Patria: Alberto sarebbe stato il lupo adatto a quella compagnia: perché se io ero un lupo, ed in questo caso un lupo caduto in trappola, allora Alberto era un licantropo, un lupomannaro! E Capuccetto Rosso? Alla cena sarebbe stata presente anche una Capuccetto Rosso che avevo già avuto nella pancia, o forse sarebbe meglio di precisare chi era in quale pancia. II „Lupo-Alberto“ sarebbe stato l’ideale.

Lupo-Alberto, Lupo-Giovanni (Giovanni sono io), Lu­po-Alberto …-Giovanni. Ah di quali angeliche ali è provvisto a volte il pensiero; innalzano la risposta e ne fanno una soluzione: il Lupo sarebbe andato alla festa, ma non sarei stato io, non sarebbe stato Alberto. Mi sarei camuffato da Alberto e avrei recitato il ruolo comune a me e a lui: quello del Lupo. Sarei stato: Lupo-Alberto-Giovanni. E mi perdonassero i Padri della Patria che involontariamente mi hanno ispirato questo inganno. Bontà delle decisioni improvvise, non meditate. Fui subito attivo: ho telefonato a Marco e gli ho chiesto di accettare l’invito e di comunicare la partecipazione del Lupo, del Lupo-Al­berto.

Non dovetti dare molte spiegazioni a Marco, che lo conoscevo da moltissimi anni e ci eravamo capiti al volo, sempre. Non conducemmo mai lunghi discorsi: siamo stati ambedue amanti delle singole parole, capaci di co­municare l’eccitamento di idee simultanee. Inoltre lottammo tutti e due contro la cirrosi epatica, meglio la sfidavamo. Sfidavamo quella morte che sembrava disinteressarsi di noi: era come se fossimo stati immuni a tutte le allergie alimentari che falciavano la popolazione, eh si sà: l’erba cattiva è dura a morire. Fu come una gara nichilista: chi sarebbe riuscito ad autodistruggersi prima? Ed è lui che ha vinto: la palma della vittoria gli è stata consegnata personalmente dalla morte. Requiem.

Fatto strano: eravamo molto amati come buffoni di corte, animatori di serate, clown occasionali, e anche come oratori di temi filosofici. Ma tra di noi mai. Spesso, in compagnia di altre persone, calava tra di noi il silenzio verbale. Comunicavamo con i segni, forse un fattore di intimità? Ma non immaginatevi che stavamo lì a gesticolare esagitatamente o al contrario a farci dei gesti segreti alla maniera di due giocatori di briscola che non vogliono far capire agli avversari il valore delle carte. Noi comunicavamo in modo naturale: era sufficiente una grattatina alla testa o che so io un impercettibile movimento delle spalle.

Non era da escludere la possibilità che in gruppo, in Reich der Wahrheit, in presenza di altre nazionalità avremmo dovuto comunicare nella lingua capita da tutti, per non essere scortesi, e questo ci avrebbe fatto sentire ridicoli, come se in un gruppo musicale un chitarrista avrebbe dovuto suonare, che so, il trombone.

Invece, qualche sera dopo, ad un’estetista avevo dovu­to spiegare per filo e per segno come avrei voluto apparire. E vi assicuro che le migliori estetiste del mondo esercitavano proprio nel mondo dei Giusti, espertissime di capelli e creme, di parrucche e profumi tanto necessari ad un popolo composto di gente che era, per motivi allora inspiegabili per la mia mente da sottosviluppato, priva di capelli ma abbondante di peli su quelle pelli bisognose di luce e di cure. L’estetista lavorava metodica e io, nel guardarmi allo specchio, man mano che assumevo le sembianze di Lupo-Alberto, crescevo di gioia maliziosa. Mi attaccò un parrucchino di capelli ricci e fulvi (che colla resistente ha usato: il parrucchino restò ben attaccato al mio capo anche quando fu sferzato dal terribile vento del nord che batte Amburgo). L’estetista stirò, allungò, truccò i connotati del mio viso, infine mi adornò di una bella barba piena, soffice, brizzolata. C’era solo un pelo del baffo finto che mi solleticava nelle narici, intervennero subito le magiche manine della maga: con un deciso colpo di forbice allontanarono da me il pelo e dallo spavento per quell’atto così brusco morì sul nascere il mio interesse per quelle manine e per il resto. Sfidavo Cappuccetto Rosso a riconoscermi, pregustavo il piacere della rivincita, ero pronto al duello con quella figlia dei Padri della Patria.

(continua)

Empfohlene Italienische Autoren: Davide Longo

Il mangiatore di pietre
di Davide Longo

Davide Longo wurde 1971 in Carmagnola bei Turin geboren. Nach seinem Studium erhielt er ein Stipendium für das Literaturinstitut »Scualo Holden« in Turin, wo er inzwischen selbst unterrichtet. Er erhielt zahlreiche Auszeichnungen, zuletzt den Premio Grinzane Cavour, den Premio Via Po sowie für »Der Steingänger« den Premio Città di Bergamo und den Premio Viadana. Davide Longo lebt in Carmagnola.

Qui di seguito i riassunti di Luise Schendekehl nell’ambito di un corso di conversazione presso la Senzaparole:

il-mangiatore-di-pietre-cap-1-7, riassunti da Luise Schendekehl
il-mangiatore-di-pietre-cap-8-19, riassunti da Luise Schendekehl
Il mangiatore di pietre, cap-20-26, riassunti da Luise Schedekehl



Una storia di Colapesce (V)

V episodio

Bolle

Si sostiene che anche un certo Giuseppe Garibaldi passò dallo stesso punto, eretto su un cavallo dal deretano felliniano come se fosse stato Federico Secondo. Superbo, meraviglioso, bellissimo nella sua camicia rossa, seguito dalla bellissima Anita formosa come Amalasunta più di Sofia Loren o Dolly Buster, a cavallo di uno stallone bianco, dai possenti fianchi felliniani, così lo vedeva l’immaginazione dei molti.
Sapeva Garibaldi che il Padrino, li teneva d’occhio, fiero della benevolenza reale, di quella borbonica, ma maledetto dal papa fiammingo però benedetto dal Papa Farnese? Dio quanto sono confusi i racconti popolari! Sono come tante bolle di sapone, come queste sono tante, si alzano, alcune si librano e tutte scoppiano nel nulla, quasi tutte. Invece la Bolla era una cosa Santa diceva la gente: ti ci compri la felicità che non hai sulla terra. Ecco quella era una bella cosa: potersi comprare qualche anno di quell’eterno
paradiso celeste.    Giufà disse che ad ogni    modo
Garibaldi non si era curato delle ciclopiche tracce e
neanche dell’armata Americana che al    seguito di
qualche napoletano che cantava “ O    Sole mio“
avrebbe inseguito    i teutoni che per il    gran    caldo
ansavano con la lingua fuori di Bocca nell’attraversare quell ‘INFERNOPROFONDOSUD, dentro quei roventi carri armati da cui di tanto in tanto si affacciavano come tanti hot dog. Di hot dog ne offrirono uno anche a Giufà, ma avrebbero voluto in cambio qualcosa da lui. Purtroppo Giufà era Giufà e non poté concludere quell’affare. Ci riuscirono però diversi altri più intelligenti di lui. Si conclusero molti accordi qui legali, lì illegali, ma tutti utili a chi la legge ce l’aveva o la faceva. Quante componende si fecero. Si racconta che in quel punto Garibaldi teneva in mano qualcosa che assomigliava ad una conchiglia, ma non si sa se stava ascoltando la voce del mare e quella di Cola Pesce o se stesse ascoltando Mazzini Kohl e Mitterand che conversavano su una certa Europa che volevano farsi o fare. Si sa i racconti della gente sono sempre così confusi! Ma chi era quest’Europa? C’è chi racconta una storia e chi un’altra. C’erano quelli che dicevano che fosse stata una bellissima donna che tutti avrebbero voluto avere . Anche quel toro furioso di Giove! E c’era un gran litigio: i Galli e i Germani la volevano a tutti i costi e a quelli di Giove e di Zeuss non la volevano neanche fare annusare! Ché quella era una donna d’alta classe e solo quelli che avevano certi requisiti potevano soddisfarla!

Una Storia di Colapesce formato Pdf