il nuovo cornuto

Le vedeva già quelle mani rivolte verso l’alto con I’indice ed il mignolo tesi verticalmente, mentre il medio e I’anulare venivano tenuti in posizione ripiegata dal pollice, in una postura che ricordava vagamente le teste di animali cornuti. Si vedeva camminare per le strade di quel maledetto paese abituato a non farsi i fatti propri, sentiva qia la sua testa china per non incontrare gli sguardi sardonici dei negozianti da cui andava a fare la spesa. No, non ci sarebbe più andato. Non gli andava più di esse re un uomo emancipato, dedito ad infischiarsene dell‘ occhio sociale di quel paese retrogrado.
Accidenti! Andava con gioia a fare la spesa: gli piaceva scegliere i pomodori piu duri, un po‘ verdi con quel rosso succulente, godeva nel sentirseli tra le mani: corpi senza grinze, giovani. Si divertiva a tendere I’orecchio appoggiato al melone, sul quale batteva leggermente un pugno per capirne la qualità, inebriandosi nell’immaginazione di quel frutto aperto. Rideva sornione nel guardare i fichi messi a bella mostra sulla bancarella del mercato: i fichi , lui li prendeva direttamente dall’albero dei giardinetto sito dietro alla sua casa, nell’intimità offerta dall’alto muro eretto a protezione dagli sguardi indiscreti dei vicini.Sí quella luna piena era solo per lui: : un’infinita di volte nelle notti argentee, Mena, accompaqnata dal concerto delle cicale, saliva sui pioli della scaletta appoggiata al fico, allungava il braccio, staccava un frutto dall’albero, lo apriva, se lo passava sul corpo nudo, sulla pelle illuminata dalla luce lunare, e infine glielo porgeva … Come godeva, lui, nell’entrare in salumeria, in mezzo a quel cocktail di odori stuzzicanti di salumi, olive, carciofini …
Iniziò a sudare freddo, a sentirsi sottosopra. Tirò qiù, completamente, le persiane girevoli, nonostante il caldo asfissiante, anormale per il mese di novembre che in genere era più fresco, se non addirittura freddo. Non c’era più niente che stesse al suo posto, pensò con la fronte appoggiata all’interstizio tra le lamelle della persiana: teneva d’occhio la strada, nella speranza che la moglie tornasse. Era andata  a trovare una cugina di lei, sposata con un settentrionale residente a venti chilometri di distanza, a Caltagirone.
Almeno questo era quello che gli aveva detto. Chi era allora quel tizio baffuto in macchina con lei?! Vedeva già i suoi conoscenti, i suoi compaesani deriderlo, denominarlo il nuovo cornuto, alzando la mano nel tipico gesto.  Ma qual’era la spiegazione? Perché la moglie lo tradiva? Sarà poi stato vero? Lui, ne era sicuro, non le faceva mancare niente, neanche a letto. 0 forse era debole nel rapporto sessuale, tanto debole da non riuscire a soddisfarla, cosí che lei era obbligata a cercare altrove il proprio piacere? E se la storia con quell’uomo andava avanti già da molto tempo e lui era stato cosí stupido da non accorgersene? Erano sempre più mani che vedeva alzarsi ad indicarlo cornuto: non solo il macellaio, ma anche il bidello della scuola, il carabiniere che abitava di fronte a lui, e il dottore, e il fabbro, e il fruttivendolo, e … anche il parroco? No, almeno lui no. Ma che stava fantasticando? Di certo non avrebbero mai avuto il coraggio di fargli in faccia quel gestaccio! Ma alle sue spalle … Ma forse non avevano nessun motivo. Pressava sempre di più la fronte madida di sudore contro la persiana, tirandosi un po‘ indietro ogni qualvolta aveva I’impressione che qualche passante o vicino di casa potesse vederlo. Tutte le volte, puntualmente, si dava del cretino. «Cornuto, cornuto» lo ingiuriava una vocina all’orecchio e iI sangue gli batteva contro le tempie, un fischio gli sibilava nelle orecchie, ora a destra, ora a sinistra. «Che grosso toro che sei! », gli sembrava che dicessero sarcastiche quelle immagini di mani alzate. Sentiva delle risate sguaiate provenire dal bar vicino, risate di accompagnamento per quel maledetto gesto, che lo indicava come il «toro tipico», castrato? ruminante, a cui un altro toro montava la sua femmina. Ma … lui castrato?! Lui ruminante?! E chi erano poi i tori non castrati?! Forse il pescivendolo? Lo sapevano tutti quanti che la moglie se n‘ era scappata via, stufa di sentire quella puzza di pesce morto! 0 forse il fornaio? Che mentre stava ad infornare pani, pizze e dolci, sua moglie infornava altre cose?! Calma. Doveva calmarsi e raccogliere le idee, riflettere un poco. Mena sarebbe dovuta tornare verso sera? 0 tra un’ora? 0 comunque aveva un po‘ di tempo per valutare la situazione, 0 … se avesse preso I’autobus che partiva tra mezzora dalla piazza e andava a controllare a casa della cugina? No, questo no! Non poteva fare la parte del toro infuriato: non avrebbe fatto altro che dare altri pretesti alle derisioni di quegli spettegoloni che non sapevano farsi i fatti propri. Non poteva correre il rischio di lasciarsi prendere dalla rabbia, di infuriarsi tanto da mugghiare e caricare a testa bassa in cerca di vendetta co-me un toro impazzito di collera. Quella vacca di Mena! Calma, calma. Si rendeva conto di comportarsi proprio in modo contra rio a quello ripromessosi … e poi per che cosa? Per un vago sospetto! Ma chi era allora quel tizio intravisto in macchina, accanto a sua moglie? Come mai da due mesi andava e veniva da quella cugina che fino a po co tempo prima non aveva potuto soffrire? Provò I’improvviso desiderio di addentare i capezzoli di Mena, di succhiarli, di masticarli, di morderli, e nella furia della sua mente scossa, lui produsse, sovrappose al corpo di Mena, I’immagine di quello della cugina. Si vide rincorrerla, agguantarla, strapparle i vestiti di dosso, costringerla in ginocchio e il tutto mentre Mena li guardava con quegli occhi come il carbone sbarrati. No, basta! Pensò. Si sentiva bruciare dentro e sudava, sudava. Gli venne in mente il ricordo del mito in cui Diana cacciatrice fa delle corna il simbolo della disfatta maschile: Atteone, un altro cacciatore, aveva osservato di nascosto la dea mentre si ba- gnava nuda ad una fonte. Furibonda, Diana, lo trasformò in un cervo e gli aizzò contro due cani, che subito lo raggiunsero e lo sbranarono. Era lui un Atteone? Un cornuto, un cervo sconfitto dalle donne? Ma del resto non si diceva pure che cornuto è sinonimo di marito? Si ricordò di una conversazione avuta, con un collega, sulle corna, su quel maledetto gesto, sulla sua simbologia, che adesso lo  riguardava direttamente, su quella teoria che vede l’indice ed il mignolo non come le corna del toro, bensí come quelle ramose del cervo, nel cui branco c’e un unico maschio a raccogliere intorno a sé quasi tutte le femmine, tenendo lontano tutti gli altri maschi dopo averli vinti in combattimento. Forse che lui, insieme al pescivendolo, al fornaio e a tutti gli altri cornuti dovevano riunirsi in branco e stare nelle vicinanze delle femmine a guardare il «cervo dominante» mentre si accoppiava?  Si accasciò lí, per terra, dietro alla persiana, in uno stato pietoso, ansimante, sconvolto da ondate ora calde, ora fredde. Quasi cadde in uno stato di trance, in un incubo senza dimensioni, senza spazio e senza tempo, senza sopra o sotto, senza appigli a cui aggrapparsi. Ora infilava la sua testa sotto la gonna di Mena, cercava riparo tra le gambe di lei, la sua lingua era lunga, penetrante, carezzevole, avida del suo nettare. Ora la vedeva ansimare sotto i colpi che le dava quell’uomo dal petto villoso. Ora si vedeva soccombere nello scontro con un cervo gigantesco. Ora veniva obbligato ad assistere ad un rito demoniaco a cui partecipavano tutti i suoi paesani: pregavano in coro il demonio, tenendo tutte le mani sollevate e formate nell‘ odiato gesto, di accettare in dono la loro offerta : Mena come sacra prostituta e lui incatenato, costretto a vederla con le gambe aperte ad accogliere nel suo ventre il seme di tutti i presenti, e quei visi beffardi lo incoronavano con un paio di corna. Ora era un guerriero che partiva per paesi lontani, e lei la sua Mena, veniva trafitta da un pene enorme.
Qualche ora più tardi Mena lo trovò morto dietro alla persiana di una delle finestre che davano sulla strada.

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