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Karneval von Venedig – Il carnevale di Venezia

Ein Bericht  von Euronews über den Karneval von Venedig

Ein wahres Fest für die Augen ist der Karneval von Venedig. Die kunstvoll verzierten Masken gehören seit vielen Jahrhunderten dazu. Sie verbergen nicht nur den sozialen Status, sie sorgen auch dafür, dass der Träger ungehemmt feiern kann. Schon in Dokumenten aus dem 13. Jahrhundert wird ihre besondere Rolle erwähnt

 

Dass Venedig die Form eines Fisches hat, sieht jeder, der auf eine Landkarte schaut.
Tiziano Scarpa lädt uns ein, diesen Wunderfisch mit allen Sinnen zu entdecken – deshalb schreibt er nicht über Venedig, sondern darüber was mit uns in Venedig passiert. Die Kapitel lauten: Füße, Beine, Herz, Gesicht, Ohren, Mund, Nase, Augen. Wir erfahren, warum man sich in Venedig unbedingt verirren sollte, weshalb die Stadt als Kulisse für Liebeserklärungen ungeeignet ist und wieso Venedigs Schönheit hochgradig gesundheitsgefährdend ist.
Scarpa wirft viel vom Bildungsballast, der auf Venedig lastet, ins Meer und sorgt dafür, dass man über diesen wunderlichen Venedig-Fisch auf ganz neue Art ins Staunen gerät.

I promessi sposi- Alessandro Manzoni

i promessi sposi

dai materiali didattici del liceo Berchet:

In questa sezione è nostro intento presentare il romanzo manzoniano attraverso la chiave di lettura che ci presenta il professor Ettore Caccia in una celebre edizione commentata del romanzo.
E‘ nostra opinione che uno dei modi più proficui per affrontare, durante il biennio, il romanzo, sia quello di non soffermarsi esclusivamente sull’aspetto narratologico e strutturale, ma di dare il dovuto rilievo anche al messaggio etico e civile, che solo apparentemente può sembrare troppo arduo per i ragazzi del nostro mondo, ma che, al contrario, permette un autentico innalzamento e una forte valorizzazione di questo settore del programma di italiano.
Per permettere un inquadramento storico e biografico preliminare al lavoro di lettura, troverete qui le sezioni Biografia, Introduzione al Romanzo e la pagina dal titolo Dal Carmagnola al Romanzo, che consente allo studente di farsi un’idea sintetica della complessità della poetica manzoniana, seguita nella sua genesi fino all’abbandono del teatro.
Infine, nell’ultima sezione, lo studente può interagire col testo e col commento propostogli, allo scopo di verificare nella lettera gli assunti che di volta in volta gli vengono presentati.

 

Il Decamerone-

Il Decamerone  in formato audio della Liber Liber

…Fra i grandi testi della più brillante e incredibile primavera della nostra lingua e letteratura (cui s’accompagnava la pittura: l’età di Giotto) esso costituisce il corpo di fabbrica appoggiato al suolo, frequentato da mercanti, usurai, parassiti, grand’uomini in veste da camera. Le astrazioni ideologiche, politiche e sentimentali prosperano ai piani superiori. Qui al pianterreno, invece, sovrani e clero vanno a caccia di soldi e di ragazze, il paradiso si popola di santi fasulli e di penne di pappagallo, la gioventù si dedica a fare e subire tiri mancini, l’amore finisce a letto…

Andreuccio da Perugia (Decamerone)


# La novella è inserita nella seconda giornata, riservata a „chi da diverse cose infestato sia oltre la sua speranza riuscito a lieto fine“

Una storia di Colapesce (III)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

III episodio

Laudato sii mio Signore
A quel punto il cantastorie era semiacciecato dalle gocce di sudore che dalla fronte gli grondavano sugli occhi: non fu certo se con il suo bastone indicava la scena giusta. Non importa, la gente trovò ad ogni modo giusto quello di cui stava cantando.
Gente come te e me, gente semplice con la testa a
posto, gente con figli    e c’era Cola e c’era Totò,
faticava    Giosuè come Miccichè, bestemmiava
Santina come anche Santuccia e mamma mia santissima la gente era semplicissima, ma la vita era complicatissima!
Si racconta di allora, di quei tempi in cui la gente era ancora così come Dio l’aveva fatta: semplice semplice. Era la terra ad essere molto complicata,
troppo complicata. Si racconta di lunghe chiacchierate e anche se non erano state tante le parole usate, quando avevano dato un nome a qualcosa o a qualcuno allora quello voleva dire quella cosa e basta. La fame era la fame e la sete era la sete e loro non avevano niente, mentre il re e gli altri signori avevano tutto e in più molte parole poco o per niente comprensibili a loro. Del resto, la gente semplice, cani e porci compresi, apparteneva al re e agli altri Signori. Certo, loro e anche il re erano tutte, come si dice, creature di Dio, ma Dio le aveva volute nella loro diversità e va beh non poteva essere diversamente, solo che ogni tanto si arrabbiavano lo stesso, certamente non per mancare di rispetto a Dio,
porco…! ma perché aveva fatto un mondo così? Ecco, a loro, gente semplice, questo non andava giù. Luccicavano gli occhi della gente quando parlava del palazzo reale, nelle pupille si rifrangevano i bagliori di gemme, smeraldi e marmi, di luci e …canti. Quando parlavano dei canti si ritiravano a guscio e la folla dei narratori diventava un innumerevole numero di solisti e mesti cantori religiosi e timorosi degli altri, rispettosi del Signore e di molti altri signori. Anche il cielo era un palazzo reale posato sulla cima di un monte, la dimora in cui ritornavano i Signori di ritorno dalle loro imprese.
„Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature lo frate sole
bello e radiante cum grande splendore
et sora luna e le stelle
clarite et pretiose e belle
f rate vento
f rate focu
Laudato si mi’Signore
per sora nostra madre terra”
Et c’ erano i cantastorie, che di storie ne contavano molte ed era indifferente se parlavano di fatti e di cose, di frati e di sore belli o brutti. La gente ascoltava dimenticando per un po’ i morsi della fame e la voglia di mordere quelli che di fame non ne avevano.
-Sentite, sentite. . .- Introduceva il cantastorie
-Sentite che cosa accadde a Cola Pesce. . .- E iniziavano gli stornelli:
–    La seconda storia che vi voglio raccontare, è la storia di Cola Pesce e il mare.
Guardate guardate, in questo grande palazzo tra dame e lazzi c’era una grande testa di …-
E con un bastone indicava su un telone la scena illustrata successiva ad altre e prima di quelle seguenti.
Venne il turno del Cavaliere Inesistente, e ne parlava male, ne parlava in parte così:

Nel cuntu di li cunti, nel palazzo del re c’era un ruffiano che faceva per tre! Quel ruffiano impenitente era il cavaliere inesistente e “sembrava che bollisse nella sua armatura come in una pentola tenuta a fuoco lento”. Nessuno sa che viso avesse e neppure come si chiamasse. Quando arrivava con i pennacchi, con i pennacchi fatti di sconosciuti galli orientali, dalla visiera del suo elmo, il cavaliere che non c’era sbuffava come una marmitta da campo zeppa delle viscere dei nemici squartati.
La gente se l’immaginava brutto brutto e terribilmente abituato a considerare fatti suoi tutti quelli degli altri, quando li credeva adatti ad indurre il re a dirgli bello bello. Siccome il re era molto lunatico, perciò bisognava saperlo prendere, un giorno, con molta cautela, non dopo aver aperto brevemente la visiera, sbollendo i suoi gas di scarico, fece sapere al suo sovrano dei discorsi della rispettata principessa Amalasunta. Gli spifferò del discorrere d’Amalasunta con quel perdigiorno di Cola Pesce. Bisogna sapere che a quei tempi la parola discorrere si usava anche per esprimere fare l’amore, quindi stava al re di interpretarlo come meglio credeva. Quali immagini terribilmente volgari passarono per la sua nobile mente! Avvenne così che in un giorno come sempre di grande calura, il re poltrone, alzatosi dal suo trono, si trascinò al mare. Che fatica, poveraccio, con quel pancione di lardo e quella dimentica corona sulla testa! Sfortuna volle che gli cadesse in acqua uno dei suoi preziosissimi anelli (si assicurava che fosse magico). Gli era caduto nel fondo del mare. In quel mare sotto Messina, là dove vivevano, credeva speranzosa sua maestà, mostri marini, più affamati
dei suoi sudditi. Già si sfregava le mani dalla contentezza: avrebbe preso due piccioni con una fava! Si sarebbe sbarazzato di Cola Pesce e avrebbe creato anche un eroe: Cola Pesce sacrificatosi per placare i mostri marini, quelle bestie implacabili che divertendosi scuotevano la terra e buttavano giù palazzi e catapecchie. Mai nei corridoi e nelle sale di una reggia si era visto un re correre a quel modo. Il re contrariamente al solito voleva sbrigarsi, voleva arrivare prima del Cavaliere inesistente, il quale altrimenti, come da ordine ricevuto, avrebbe trovato lui il modo di eliminare zitto zitto il Cola Pesce. Perciò si affrettò a far presentare Cola Pesce al suo cospetto: –
Riportami l’anello perso nel mare e avrai la mano di mia figlia.- Gli disse.
Cola Pesce, stupito, rimase a bocca aperta e boccheggiava quasi come un pesce fuor d’acqua, ma non se lo fece ripetere due volte:
-Vado.- Rispose. Si riempì i polmoni di tanta aria buona, pregna dell’odore di Amalasunta. Serrò la bocca e si tuffò veloce veloce, proprio lì dove si alzava una delle tre colonne di stile sconosciuto (Sarebbe bello se finalmente gli archeologi si occupassero di questo rebus). Di mostri non ne incontrò (bisognerebbe chiedere a Fortuna e Speranza, di cui il cantastorie non ne sapeva niente), vide e salutò solo tonni e sardelle polipi e patelle. Tra tutti quei pesci che al vederlo non finivano mai di sbalordirsi (i pescecani lo rispettavano così come i leoni Tarzan), trovò l’anello e, sognando della mano e delle labbra della sua bella, si eccitò alla vista della colonna eretta, utile a guidarlo sempre più su fino ad Amalasunta, Amalasunta, l’opposto del Nulla. Felicemente eccitato risaliva lungo quell’opera tersa. Di colpo gli venne quasi un colpo quando s’accorse di una crepa nella colonna. Insinuò che neanche Dio fosse perfetto, altrimenti avrebbe usato il peperino e non il tufo! Che fare? Imprecare contro Dio non serviva a nulla, pregare neanche e allora? In quattro e quattr’otto decise di restare là sotto, e per evitare il crollo della colonna e il conseguente inabissamento della Sicilia, del re e soprattutto della sua amata, si strinse alla falla di quella che poi sarebbe stata vista come un simbolo fallico. Fu quello il primo autosacrificio della storia? E che forse la Sicilia nient’altro era se non il timpano di un tempio sacro dedicato a Dio, quello nostro o uno di quello degli altri? No, la voce popolare non dice niente a proposito e sembra che neanche il magno cantastorie Omero, attraverso la grave voce di Ungaretti, abbia detto qualcosa a riguardo di ciò, neanche ai telespettatori bramosi d’arricchimenti non solo pubblicitari ma anche culturali. Del resto si pensava che si sta come d’autunno degli alberi le foglie. Inoltre per quanto riguarda i cantastorie anche le loro versioni differivano l’una dall’altra, ma per tutti era di uguale importanza il:
-Sentite sentite, venite venite, venite e sentite. –
E tutti sentivano e sentivano. Poi raccontavano a loro volta una nuova versione: che ai bambini ne raccontavano una diversa di quella raccontata ai grandi e i vecchi sdentati la dicevano in un modo la sera e in un altro la mattina, ma tutti sentivano e sentivano e dimenticavano per un po’ i morsi della fame e quei morsi che avrebbero dato a quelli che di fame non ne avevano.
Et
Laudato sie mi’ Signore per sora morte corporale da la quale nulla homo vivente può skappare. Speranza e Fortuna
Ora Dio apprezzò il gesto di Cola e nonostante fosse già impegnato con piccole e grandi cose di quel mondo là sotto, si ripromise di fare qualcosa per quel simpaticone di Pesce, ma cosa? Gli bruciava ancora il ricordo della giornataccia segnata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Se non avesse avuto paura di perdere la faccia, li avrebbe richiamati. Proprio quella volta aveva deciso che non sarebbe mai più intervenuto in prima persona nei fatti di quelle figurine che in fin dei conti erano sue creature. Gli venne un’idea: avrebbe creato alcuni personaggi utili ad intervenire nei fatti umani senza comprometterlo. Creò Speranza e Fortuna. Già nei sette giorni impiegati nella creazione del suo mondo aveva maturato la decisione di non intervenire mai direttamente nei fatti di quelli là sotto. Era o non era servita a qualcosa l’esistenza di Zeuss e della sua famiglia divina? Era stata una famiglia troppo umana, troppo impegolata in prima persona nei fatti di quelle creaturine che in fondo in fondo lo divertivano, in quel teatrino esistente già prima della sua sceneggiatura.
Dio si ritirò in un buco nero nel retroscena dell’universo.

Una Storia di Cola Pesce  in Pdf Datei

Una storia di Colapesce (II)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

Il barcone

Terra ,terra…era un grido di speranza. C’è chi dice che erano clandestini, altri profughi, o libici o tunisini
O africani , sicuramente uomini donne e bambini.
Terra terra sognano nel barcone ammassati, infreddoliti e stremati.La in mezzo al mare se ne andava quel barcone, quella carretta del mare piena di fantasmi bianchi e molti neri ma tutti con una gran paura che quel mare diventasse una tomba. E cosi´mentre il cantastorie cantava di fatti accaduti, quanti misfatti accadevano ancora, che fatica cantastorie , dai, da voce anche a quei dispersi a quei migranti:
arrivano in tanti
ma pochi  sono i loro averi
come poveri i loro vestiti
Ma voi
Gente dai tanti averi
E dai ricchi vestiti
Non credetevi superiori
Perché grande è la loro speranza
Immensa la loro fantasia.

C’era una volta…
C’era una volta un’isola dal nome Sicilia, dalla forma triangolare ma non troppo, adagiata sul mare mosso e nostro, appoggiata a tre colonne di tufo, una ad ogni angolo. Alquanto vaga è la leggenda nel precisare lo stile dei tre sostegni, dunque lasciato alla speculazione e alla fantasia. Alcuni propendono per lo stile dorico, altri per il corinzio.Tanti portano moltissime argomentazioni a favore del lotiforme, quello stile preferito dai faraoni e da Cleopatra con Cesarino, Marchetto Antonio e qualcun altro.
Si racconta della vita del figlio di Totò Malavoglia, Cola Pesce, chiamato prima solo Cola, diminutivo di Nicola e poi Cola soprannominato Pesce. Naturalmente, come tutti i soprannomi in genere, anche questo era il nome di una storia, di una lunga storia. Nei racconti si abbonda di dettagli su quel povero Cristo di Cola. Si parla di un muso lungo lungo, molto taciturno, d’animo molto sensibile. Cola era perennemente costernato. La vista di tanta gente rispedita nelle braccia del Signore, prevalentemente per mano d’altri uomini, qualche volta per zampate d’animali, lo rattristava. Si mormorava anche che Cola fosse stato sicuramente innamorato, ma doveva essere un amore difficile, se non addirittura impossibile. Cola, infatti, l’innamoramento lui lo conosceva, ma di grande animo e idealista com’era, Cola errava giorno e notte alla ricerca del paese dove non si moriva mai, o quantomeno dove non si distinguesse tra vita e morte.
Cerca che ti cerca, un giorno, ansante e grondante di sudore, arrivò nei pressi dell’albero di Pappafico. Era un albero frondoso popolato d’uccellini canterini, un pino amato da grandi e piccini che adombrava un angolo del belvedere con vista sulla conca e sul mare. La piazza era circolare e quella era l’ora dei vecchi, degli anziani del paese, i quali, nell’antica frescura all‘ombra della secolare pianta, erano di dolori sempre giovani e di racconti sempre quelli. Cola stava ascoltando i racconti degli anziani del suo paese, allorché uno dei vecchi, sdentato come quasi tutti gli altri, ma ancora nerboruto, dopo uno sputo catarroso, affermò che la vita era nata nel fondo del mare. Quel momento decise il destino di Cola e nella calura di un tedioso pomeriggio, dove anche i pensieri facevano sudare goccioloni appiccicaticci (persino le cicale s’impigrivano e se ne fregavano delle formiche e soprattutto di quelli infervorati a parlare male male del loro dolce non far niente), mare e cercare si fissarono nella testa di Cola. Venne una notte senza sonno e pensava solo mare e cercare.
Il giorno dopo non dormì neanche: pensieri come scogli battuti dalle onde, pensava mare e cercare, e non dormì neanche la notte dopo e neanche il giorno seguente e neanche la notte successiva e solamente mare e cercare. Logicamente, che nel mare fosse nata la vita, significava che lìla morte era finita, così pensava.
A nulla servirono le raccomandazioni della sua povera mamma! Quante storie gli raccontò, e non solo quelle lettegli da piccino per fargli prendere sonno. Tante storie lette con voce dolce, materna. Quante parabole bibliche. Eppure solo Dio sembrava compiacersi dei fatti di Noè, Salomè e Giosuè. Non servì a nulla neanche la materna lettura della storia di
Pinocchio e di molte altre di genere simile, atte ad insegnargli a non smarrire la retta via. Non riuscì a spaventarlo, neanche con le storie dei Fratelli Grim. Basta!
Cola era stufo, perciò scrisse una volta alla madre: O madre,
l’amore non è un peso che opprime:
è un’ala che libera.
E andò là: scrutò dall’alto verso la colonna di tufo. Indeciso ritornò a casa, ma poi Cola era proprio stufo, e scrisse ancora:
O padre,
L’amore non è una catena che lega:
è un bacio al gabbiano.
O figlio,
l’amore non è il fermarsi nella palude:
è librarsi nell’aria.
Detto, fatto. Ma librarsi nell’aria era un sogno da Icaro, un avvicinarsi troppo a Dio. Il mare… invece… Si tuffò vicino al tufo. Ne era sicuro: il paese dove non si muore mai, era là sotto, nel profondo del mare. Sua madre poverina piangeva un mare di lacrime e si disperava e lo implorava di stare con i piedi per terra, di pensare al suo futuro, di calmarsi, di sistemarsi. E i saggi vecchi:
– Cercati una fidanzata, io alla tua età…
Ma Cola non ci sentiva da quell’orecchio, ché lui le ragioni del suo cuore le aveva già, eccome! E in breve imparò non solo lo stile libero, ma anche quello a rana e non ancora soddisfatto apprese un’altro stile dai delfini, trascorse giorni e notti a guizzare tra i pesci, a scoprire conchiglie e grotte, a riempire il suo cuore del pulsare del mare.
Allora i vecchi e anche i giovani gli misero il soprannome Pesce, facendolo diventare così Cola Pesce. Allora Cola Pesce stava nel mare come a casa sua (se non meglio) e se non ci fosse stata Amalasunta, non sarebbe mai ritornato sulla terra. Chissà, se Cesare invece di Cleopatra avesse incontrato Amalasunta, forse le storie sarebbero state d’altro tipo, dicevano tanti che si sa racconta tu, racconta io le storie si mischiano, -tante gocce di un unico mare- diventano un’unica storia in cui l’elemento più importante è lo scopo del momento. Allora: Cola Pesce amava non solo quel mare sul quale stava la sua terra, ma anche e ricambiato Amalasunta, la figlia del re. Quanto erano felici nei momenti trascorsi insieme, all’insaputa di quel re despota e padre padrone, da soli all’unisono con quell’universo di lacrime d’allegria divina. Lì i due giovani discorrevano molto anche se non ebbero nessun figlio, ne´nove mesi dopo quel discorso, come neanche nove mesi dopo gli altri discorsi che ebbero occasione di fare nei pressi della colonna di tufo.
-Mi ami? le domandava lei,
-Sì, molto, rispondeva lui.
–    E tu mi ami, domandava lui a lei.
-Sí ti amo- rispondeva lei a lui
–    Mi amerai sempre? Domandava ancora lei.
-Sì, ti amerò per sempre, rispondeva lui, e poi:
–    E tu mi amerai per sempre?
–    Sì, rispondeva lei. E poi:
-Quanto mi ami?
-Quanto il mare, e tu quanto mi ami?
–    Oh, io ti amo quanto il mare. E poi lei taceva, anche lui. E poi:
–    Cola, dimmi che mi ami!
– Amalasunta io ti amo! Amalasunta dimmi che mi ami!
–    Cola, Cola, io ti amo Cola! Più del mare. E tu mi ami più del mare?
– Tu sei il contrario del Nulla, sospirò lui nello stringerla, che niente di meglio gli venne in mente al contatto di quel seno prosperoso. E Cola si rituffò, ma quella volta non nel mare, anche se in riva al mare, là dove le onde vivevano in un ritmo continuo e vagivano scrosciavano ruggivano e morivano e di nuovo si reincarnavano nel battito del cuore e si riformavano e salavano i baci e i bacini di Cola e d’Amalasunta.
Tu sei il contrario del Nulla, le avrebbe detto poi per molte volte ancora, tutte le volte che lei nel domandargli mi ami gli si sarebbe stretta, lo avrebbe guardato con quegli occhi di bucchero, con quella pelle col sapore di sale del mare e avrebbe sentito quel seno schiacciato al petto.
Cola aveva solo qualche pelo sul petto, dicevano gli uni, Cola era pelosissimo dicevano gli altri. Tutti concordavano che Cola era bello e Amalasunta dolce come il miele.

Una Storia di Colapesce die Geschichte in Pdf Datei

Le saline di Paceco a Trapani

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