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I promessi sposi- Alessandro Manzoni

i promessi sposi

dai materiali didattici del liceo Berchet:

In questa sezione è nostro intento presentare il romanzo manzoniano attraverso la chiave di lettura che ci presenta il professor Ettore Caccia in una celebre edizione commentata del romanzo.
E‘ nostra opinione che uno dei modi più proficui per affrontare, durante il biennio, il romanzo, sia quello di non soffermarsi esclusivamente sull’aspetto narratologico e strutturale, ma di dare il dovuto rilievo anche al messaggio etico e civile, che solo apparentemente può sembrare troppo arduo per i ragazzi del nostro mondo, ma che, al contrario, permette un autentico innalzamento e una forte valorizzazione di questo settore del programma di italiano.
Per permettere un inquadramento storico e biografico preliminare al lavoro di lettura, troverete qui le sezioni Biografia, Introduzione al Romanzo e la pagina dal titolo Dal Carmagnola al Romanzo, che consente allo studente di farsi un’idea sintetica della complessità della poetica manzoniana, seguita nella sua genesi fino all’abbandono del teatro.
Infine, nell’ultima sezione, lo studente può interagire col testo e col commento propostogli, allo scopo di verificare nella lettera gli assunti che di volta in volta gli vengono presentati.

 

Il Decamerone-

Il Decamerone  in formato audio della Liber Liber

…Fra i grandi testi della più brillante e incredibile primavera della nostra lingua e letteratura (cui s’accompagnava la pittura: l’età di Giotto) esso costituisce il corpo di fabbrica appoggiato al suolo, frequentato da mercanti, usurai, parassiti, grand’uomini in veste da camera. Le astrazioni ideologiche, politiche e sentimentali prosperano ai piani superiori. Qui al pianterreno, invece, sovrani e clero vanno a caccia di soldi e di ragazze, il paradiso si popola di santi fasulli e di penne di pappagallo, la gioventù si dedica a fare e subire tiri mancini, l’amore finisce a letto…

Andreuccio da Perugia (Decamerone)


# La novella è inserita nella seconda giornata, riservata a „chi da diverse cose infestato sia oltre la sua speranza riuscito a lieto fine“

La divina Commedia- Dante Alighieri

La divina Commedia

La MediaSoft ha scelto il testo del poema trascritto secondo l’edizione critica della „vulgata“ curata da Giorgio Petrocchi. Per questo ci si è basati sui maggiori commenti che a tale edizione si rifanno, e nella fattispecie: Sapegno, Bosco-Reggio, Pasquini-Quaglio, Fallani. Le note sono invece quelle di Lucio Sbriccioli, che, oltre ad essere estremamente chiare, hanno il grande pregio di basarsi pressoché in toto sul commento del grande Francesco De Sanctis.

 

 

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Ich rauche nicht mehr!

No, grazie, non fumo!

come?!:wie?!.
è incredibile: es ist unglaublich
ma non è possibile: das ist unmöglich
veramente?: wirklich?
è un sogno?: ist das ei n Traum?
sono rimasto a bocca aperta: ich bin mit offenem Mund stehen geblieben
ne sono rimasto colpito: ich bin beeindruckt
non lo posso credere: ich kann das nicht glauben
è una sorpresa: das ist eine Überraschung
non me lo sarei aspettato: das habe ich nicht erwartet
mi meraviglia che: es wundert mich, daß
ch’è successo?: was ist passiert?
che fai qui?: was machstdu hier?
sono senza parole: Ich bin sprachlos
robe da matti: verrückt
questa è bella!: ist ja toll!

Una storia di Colapesce (V)

V episodio

Bolle

Si sostiene che anche un certo Giuseppe Garibaldi passò dallo stesso punto, eretto su un cavallo dal deretano felliniano come se fosse stato Federico Secondo. Superbo, meraviglioso, bellissimo nella sua camicia rossa, seguito dalla bellissima Anita formosa come Amalasunta più di Sofia Loren o Dolly Buster, a cavallo di uno stallone bianco, dai possenti fianchi felliniani, così lo vedeva l’immaginazione dei molti.
Sapeva Garibaldi che il Padrino, li teneva d’occhio, fiero della benevolenza reale, di quella borbonica, ma maledetto dal papa fiammingo però benedetto dal Papa Farnese? Dio quanto sono confusi i racconti popolari! Sono come tante bolle di sapone, come queste sono tante, si alzano, alcune si librano e tutte scoppiano nel nulla, quasi tutte. Invece la Bolla era una cosa Santa diceva la gente: ti ci compri la felicità che non hai sulla terra. Ecco quella era una bella cosa: potersi comprare qualche anno di quell’eterno
paradiso celeste.    Giufà disse che ad ogni    modo
Garibaldi non si era curato delle ciclopiche tracce e
neanche dell’armata Americana che al    seguito di
qualche napoletano che cantava “ O    Sole mio“
avrebbe inseguito    i teutoni che per il    gran    caldo
ansavano con la lingua fuori di Bocca nell’attraversare quell ‘INFERNOPROFONDOSUD, dentro quei roventi carri armati da cui di tanto in tanto si affacciavano come tanti hot dog. Di hot dog ne offrirono uno anche a Giufà, ma avrebbero voluto in cambio qualcosa da lui. Purtroppo Giufà era Giufà e non poté concludere quell’affare. Ci riuscirono però diversi altri più intelligenti di lui. Si conclusero molti accordi qui legali, lì illegali, ma tutti utili a chi la legge ce l’aveva o la faceva. Quante componende si fecero. Si racconta che in quel punto Garibaldi teneva in mano qualcosa che assomigliava ad una conchiglia, ma non si sa se stava ascoltando la voce del mare e quella di Cola Pesce o se stesse ascoltando Mazzini Kohl e Mitterand che conversavano su una certa Europa che volevano farsi o fare. Si sa i racconti della gente sono sempre così confusi! Ma chi era quest’Europa? C’è chi racconta una storia e chi un’altra. C’erano quelli che dicevano che fosse stata una bellissima donna che tutti avrebbero voluto avere . Anche quel toro furioso di Giove! E c’era un gran litigio: i Galli e i Germani la volevano a tutti i costi e a quelli di Giove e di Zeuss non la volevano neanche fare annusare! Ché quella era una donna d’alta classe e solo quelli che avevano certi requisiti potevano soddisfarla!

 

Una storia di Colapesce (IV)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

IV episodio

L’anima del popolo

-Cretino era! Cretino ma non tutto scemo. Lui lo scemo lo sapeva fare! Non scordatevi di Giufà! Che Giufà è l’anima del popolo, è la vostra anima! – Diventava adesso il cantastorie un sobillatore di popolo? C’è chi afferma che in realtà si era ringalluzzito alla vista di quelle bellezze sudanti fermatesi intorno al suo tabellone. Figlie degli immigrati svestite dei pudori dalla vita nei paesi del nord, tornate per le vacanze estive al paese. Moglie nordiche dei picciotti venuti a trovare i parenti rimasti al paese. – Giufà era ignorante tanto con pidocchi grossi come i sorci, Giufà era da evitare, da non guardare … E intanto il cantastorie si mangiava con gli occhi quel ben di dio che sentiva vicino vicino nella comunanza di quei corpi sudati, accaldati dal sole e dalla voglia di amore per quella terra troppo forte, troppo forte per viverci da deboli.
Nei racconti della gente, della stessa che narrava con orgoglio di Cola Pesce, spesso si parlava senza orgoglio anche di un certo Giufà. Quante se ne dicevano sul suo conto: di tutti i colori! Non si contavano più le volte che Giufà era bastonato dalla mad re
–    Che figlio disgraziato: non ne combina una giusta! Non porta a casa neanche un soldo!-
Così, un giorno sì e l’altro pure, si lamentava la furiosa mamma con una comare dirimpettaia mentre manifestava il suo intento agitando nell’aria il minaccioso manico della scopa.
-Glielo rompo sulla groppa! Deve mettere giudizio!- i mprecava.
Però Giufà non aveva bisogno degli schiaffi della madre poiché intanto veniva schiaffeggiato da due sposini a cui aveva gridato: -Dio, fateli dividere –
Povero Giufà, non l’aveva fatto per cattiveria: era ciò che poco prima gli avevano insegnato due contraenti che se le stavano dando di santa ragione, quando lui era arrivato nei pressi gridando
-Dio fateli uccidere-,
Perché poco prima aveva incontrato due cacciatori a cui lui aveva gridato
-Dio fateli correre, –
Che allora lo avevano bastonato e tutto questo perché lui era andato al mare, aveva voluto lavare una puzzolente pelle di pecora, per guadagnarsi due soldi da portare alla mamma che come quasi tutte le altre matrone, voleva sentire il suono dell’argento. Che quello era importante e non se erano soldi puliti o sporchi o riciclati che poi neanche i soldi sporchi puzzavano!
Purtroppo, quel giorno, Giufà era particolarmente confuso, si dice, perché mentre andava con la sua pelliccia verso la spiaggia, rimase sbalordito dalla gigantesca immagine di una stravolgente nobile donna nuda che indicando una certa zona diceva:
-Io di pelliccia porto solo questa!
Che confusione per Giufà, ma di buona lena, frega che ti frega, pulì la pelle di pecora. E Giufà, per essere sicuro di ricevere dei soldi per il buon lavoro svolto, aveva fermato una nave.
Lui voleva solamente chiedergli se secondo loro la pelle era pulita, tutto lì. Che mondo ingiusto! Il capitano della nave, furioso per il tempo perso, l’aveva bastonato e obbligato a gridare verso Dio la preghiera:
-Dio fateli correre!
(Stavano andando a prelevare un altro grosso gruppo di clandestini che avrebbero pagato tanto oro quanto pesavano, pur di poter essere portati in quella Terra Promessa).
E così lui aveva fatto. Mondo infame pensava Giufà. Poi pensò al padre che alla fiera dell’est per due soldi un topolino comprò quando venne il gatto che si mangiò il topo che …
Giufà canticchiava e si riposava sulla spiaggia, proprio là, sopra il punto in cui la Sicilia poggiava sulla colonna sorretta dal grande amore di Cola Pesce.
Sembra che Giufà abbia sentito qualcosa, non sa se un gemito o un lamento straziante, ma abituato com’era a lamenti e pianti, pensò che probabilmente era stato lui stesso ad aver emesso quel suono. (A quei tempi, non esistendo ancora gli psicologi, non si sapeva ancora che tipo di disturbo fosse) Però, poi, quando Giufà vide il genio della lampada di Aladino,
– Arrivo, arrivo- brontolava quest’ultimo mentre si tuffava tra i gorghi del mare districandosi dalle grinfie della Gorgona, capì che stava accadendo qualcosa. Fu così che Giufà, temendo di venire coinvolto in qualche altra storia in cui lui, o metaforicamente o concretamente, le avrebbe prese, se la diede a gambe, tremava Giufà:
MA..fi…a…
Mamma figlio ahi!
-allora Giufà, il genio della lampada di Aladino non lo mollava, Giufà dimmi cosa vuoi, ti do tutto quello che vuoi.! Tutto? Chiese incredulo. Sí, tutto quello che vuoi. Senza nessuna condizione? Non vuoi niente in cambio? No, non devi darmi niente. Niente, proprio niente? Sí, proprio niente, solo che tutto quello che tu ricevi, lo riceveranno triplicato tutti gli altri. Se io chiederò un palazzo, gli altri ne riceverrano ognuno tre? Sì. E se io avrò un cavallo gli altri ne riceveranno ognuno tre? Sí. E se io chiederò una moglie, gli altri ne avranno tre? E il prete che avrebbe detto?! Giufà, Giufa! A Giufa venne im mente di chiedere al genio una disgrazia in modo che gli altri ne avrebbero ricevute tre!
Quanto avrebbe voluto avere gli stivali del gatto con gli stivali Giufa! Però, benché lo desiderasse con anima e corpo, di quel gatto non vide neanche l’ombra, tutt’altro scorgeva solo lupi e lupare e mentre correva bruciandosi i piedi nudi su quella sabbia rovente, vide avvicinarsi un drappello di minacciosi cavalieri al galoppo. Giufà riparò con un salto dietro ad un macigno ciclopico di cemento armato sul quale erano impresse le impronte delle mani di Polifemo.

 

Una storia di Colapesce (III)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

III episodio

Laudato sii mio Signore
A quel punto il cantastorie era semiacciecato dalle gocce di sudore che dalla fronte gli grondavano sugli occhi: non fu certo se con il suo bastone indicava la scena giusta. Non importa, la gente trovò ad ogni modo giusto quello di cui stava cantando.
Gente come te e me, gente semplice con la testa a
posto, gente con figli    e c’era Cola e c’era Totò,
faticava    Giosuè come Miccichè, bestemmiava
Santina come anche Santuccia e mamma mia santissima la gente era semplicissima, ma la vita era complicatissima!
Si racconta di allora, di quei tempi in cui la gente era ancora così come Dio l’aveva fatta: semplice semplice. Era la terra ad essere molto complicata,
troppo complicata. Si racconta di lunghe chiacchierate e anche se non erano state tante le parole usate, quando avevano dato un nome a qualcosa o a qualcuno allora quello voleva dire quella cosa e basta. La fame era la fame e la sete era la sete e loro non avevano niente, mentre il re e gli altri signori avevano tutto e in più molte parole poco o per niente comprensibili a loro. Del resto, la gente semplice, cani e porci compresi, apparteneva al re e agli altri Signori. Certo, loro e anche il re erano tutte, come si dice, creature di Dio, ma Dio le aveva volute nella loro diversità e va beh non poteva essere diversamente, solo che ogni tanto si arrabbiavano lo stesso, certamente non per mancare di rispetto a Dio,
porco…! ma perché aveva fatto un mondo così? Ecco, a loro, gente semplice, questo non andava giù. Luccicavano gli occhi della gente quando parlava del palazzo reale, nelle pupille si rifrangevano i bagliori di gemme, smeraldi e marmi, di luci e …canti. Quando parlavano dei canti si ritiravano a guscio e la folla dei narratori diventava un innumerevole numero di solisti e mesti cantori religiosi e timorosi degli altri, rispettosi del Signore e di molti altri signori. Anche il cielo era un palazzo reale posato sulla cima di un monte, la dimora in cui ritornavano i Signori di ritorno dalle loro imprese.
„Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature lo frate sole
bello e radiante cum grande splendore
et sora luna e le stelle
clarite et pretiose e belle
f rate vento
f rate focu
Laudato si mi’Signore
per sora nostra madre terra”
Et c’ erano i cantastorie, che di storie ne contavano molte ed era indifferente se parlavano di fatti e di cose, di frati e di sore belli o brutti. La gente ascoltava dimenticando per un po’ i morsi della fame e la voglia di mordere quelli che di fame non ne avevano.
-Sentite, sentite. . .- Introduceva il cantastorie
-Sentite che cosa accadde a Cola Pesce. . .- E iniziavano gli stornelli:
–    La seconda storia che vi voglio raccontare, è la storia di Cola Pesce e il mare.
Guardate guardate, in questo grande palazzo tra dame e lazzi c’era una grande testa di …-
E con un bastone indicava su un telone la scena illustrata successiva ad altre e prima di quelle seguenti.
Venne il turno del Cavaliere Inesistente, e ne parlava male, ne parlava in parte così:

Nel cuntu di li cunti, nel palazzo del re c’era un ruffiano che faceva per tre! Quel ruffiano impenitente era il cavaliere inesistente e “sembrava che bollisse nella sua armatura come in una pentola tenuta a fuoco lento”. Nessuno sa che viso avesse e neppure come si chiamasse. Quando arrivava con i pennacchi, con i pennacchi fatti di sconosciuti galli orientali, dalla visiera del suo elmo, il cavaliere che non c’era sbuffava come una marmitta da campo zeppa delle viscere dei nemici squartati.
La gente se l’immaginava brutto brutto e terribilmente abituato a considerare fatti suoi tutti quelli degli altri, quando li credeva adatti ad indurre il re a dirgli bello bello. Siccome il re era molto lunatico, perciò bisognava saperlo prendere, un giorno, con molta cautela, non dopo aver aperto brevemente la visiera, sbollendo i suoi gas di scarico, fece sapere al suo sovrano dei discorsi della rispettata principessa Amalasunta. Gli spifferò del discorrere d’Amalasunta con quel perdigiorno di Cola Pesce. Bisogna sapere che a quei tempi la parola discorrere si usava anche per esprimere fare l’amore, quindi stava al re di interpretarlo come meglio credeva. Quali immagini terribilmente volgari passarono per la sua nobile mente! Avvenne così che in un giorno come sempre di grande calura, il re poltrone, alzatosi dal suo trono, si trascinò al mare. Che fatica, poveraccio, con quel pancione di lardo e quella dimentica corona sulla testa! Sfortuna volle che gli cadesse in acqua uno dei suoi preziosissimi anelli (si assicurava che fosse magico). Gli era caduto nel fondo del mare. In quel mare sotto Messina, là dove vivevano, credeva speranzosa sua maestà, mostri marini, più affamati
dei suoi sudditi. Già si sfregava le mani dalla contentezza: avrebbe preso due piccioni con una fava! Si sarebbe sbarazzato di Cola Pesce e avrebbe creato anche un eroe: Cola Pesce sacrificatosi per placare i mostri marini, quelle bestie implacabili che divertendosi scuotevano la terra e buttavano giù palazzi e catapecchie. Mai nei corridoi e nelle sale di una reggia si era visto un re correre a quel modo. Il re contrariamente al solito voleva sbrigarsi, voleva arrivare prima del Cavaliere inesistente, il quale altrimenti, come da ordine ricevuto, avrebbe trovato lui il modo di eliminare zitto zitto il Cola Pesce. Perciò si affrettò a far presentare Cola Pesce al suo cospetto: –
Riportami l’anello perso nel mare e avrai la mano di mia figlia.- Gli disse.
Cola Pesce, stupito, rimase a bocca aperta e boccheggiava quasi come un pesce fuor d’acqua, ma non se lo fece ripetere due volte:
-Vado.- Rispose. Si riempì i polmoni di tanta aria buona, pregna dell’odore di Amalasunta. Serrò la bocca e si tuffò veloce veloce, proprio lì dove si alzava una delle tre colonne di stile sconosciuto (Sarebbe bello se finalmente gli archeologi si occupassero di questo rebus). Di mostri non ne incontrò (bisognerebbe chiedere a Fortuna e Speranza, di cui il cantastorie non ne sapeva niente), vide e salutò solo tonni e sardelle polipi e patelle. Tra tutti quei pesci che al vederlo non finivano mai di sbalordirsi (i pescecani lo rispettavano così come i leoni Tarzan), trovò l’anello e, sognando della mano e delle labbra della sua bella, si eccitò alla vista della colonna eretta, utile a guidarlo sempre più su fino ad Amalasunta, Amalasunta, l’opposto del Nulla. Felicemente eccitato risaliva lungo quell’opera tersa. Di colpo gli venne quasi un colpo quando s’accorse di una crepa nella colonna. Insinuò che neanche Dio fosse perfetto, altrimenti avrebbe usato il peperino e non il tufo! Che fare? Imprecare contro Dio non serviva a nulla, pregare neanche e allora? In quattro e quattr’otto decise di restare là sotto, e per evitare il crollo della colonna e il conseguente inabissamento della Sicilia, del re e soprattutto della sua amata, si strinse alla falla di quella che poi sarebbe stata vista come un simbolo fallico. Fu quello il primo autosacrificio della storia? E che forse la Sicilia nient’altro era se non il timpano di un tempio sacro dedicato a Dio, quello nostro o uno di quello degli altri? No, la voce popolare non dice niente a proposito e sembra che neanche il magno cantastorie Omero, attraverso la grave voce di Ungaretti, abbia detto qualcosa a riguardo di ciò, neanche ai telespettatori bramosi d’arricchimenti non solo pubblicitari ma anche culturali. Del resto si pensava che si sta come d’autunno degli alberi le foglie. Inoltre per quanto riguarda i cantastorie anche le loro versioni differivano l’una dall’altra, ma per tutti era di uguale importanza il:
-Sentite sentite, venite venite, venite e sentite. –
E tutti sentivano e sentivano. Poi raccontavano a loro volta una nuova versione: che ai bambini ne raccontavano una diversa di quella raccontata ai grandi e i vecchi sdentati la dicevano in un modo la sera e in un altro la mattina, ma tutti sentivano e sentivano e dimenticavano per un po’ i morsi della fame e quei morsi che avrebbero dato a quelli che di fame non ne avevano.
Et
Laudato sie mi’ Signore per sora morte corporale da la quale nulla homo vivente può skappare. Speranza e Fortuna
Ora Dio apprezzò il gesto di Cola e nonostante fosse già impegnato con piccole e grandi cose di quel mondo là sotto, si ripromise di fare qualcosa per quel simpaticone di Pesce, ma cosa? Gli bruciava ancora il ricordo della giornataccia segnata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Se non avesse avuto paura di perdere la faccia, li avrebbe richiamati. Proprio quella volta aveva deciso che non sarebbe mai più intervenuto in prima persona nei fatti di quelle figurine che in fin dei conti erano sue creature. Gli venne un’idea: avrebbe creato alcuni personaggi utili ad intervenire nei fatti umani senza comprometterlo. Creò Speranza e Fortuna. Già nei sette giorni impiegati nella creazione del suo mondo aveva maturato la decisione di non intervenire mai direttamente nei fatti di quelli là sotto. Era o non era servita a qualcosa l’esistenza di Zeuss e della sua famiglia divina? Era stata una famiglia troppo umana, troppo impegolata in prima persona nei fatti di quelle creaturine che in fondo in fondo lo divertivano, in quel teatrino esistente già prima della sua sceneggiatura.
Dio si ritirò in un buco nero nel retroscena dell’universo.