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Una storia di Colapesce (V)

V episodio

Bolle

Si sostiene che anche un certo Giuseppe Garibaldi passò dallo stesso punto, eretto su un cavallo dal deretano felliniano come se fosse stato Federico Secondo. Superbo, meraviglioso, bellissimo nella sua camicia rossa, seguito dalla bellissima Anita formosa come Amalasunta più di Sofia Loren o Dolly Buster, a cavallo di uno stallone bianco, dai possenti fianchi felliniani, così lo vedeva l’immaginazione dei molti.
Sapeva Garibaldi che il Padrino, li teneva d’occhio, fiero della benevolenza reale, di quella borbonica, ma maledetto dal papa fiammingo però benedetto dal Papa Farnese? Dio quanto sono confusi i racconti popolari! Sono come tante bolle di sapone, come queste sono tante, si alzano, alcune si librano e tutte scoppiano nel nulla, quasi tutte. Invece la Bolla era una cosa Santa diceva la gente: ti ci compri la felicità che non hai sulla terra. Ecco quella era una bella cosa: potersi comprare qualche anno di quell’eterno
paradiso celeste.    Giufà disse che ad ogni    modo
Garibaldi non si era curato delle ciclopiche tracce e
neanche dell’armata Americana che al    seguito di
qualche napoletano che cantava “ O    Sole mio“
avrebbe inseguito    i teutoni che per il    gran    caldo
ansavano con la lingua fuori di Bocca nell’attraversare quell ‘INFERNOPROFONDOSUD, dentro quei roventi carri armati da cui di tanto in tanto si affacciavano come tanti hot dog. Di hot dog ne offrirono uno anche a Giufà, ma avrebbero voluto in cambio qualcosa da lui. Purtroppo Giufà era Giufà e non poté concludere quell’affare. Ci riuscirono però diversi altri più intelligenti di lui. Si conclusero molti accordi qui legali, lì illegali, ma tutti utili a chi la legge ce l’aveva o la faceva. Quante componende si fecero. Si racconta che in quel punto Garibaldi teneva in mano qualcosa che assomigliava ad una conchiglia, ma non si sa se stava ascoltando la voce del mare e quella di Cola Pesce o se stesse ascoltando Mazzini Kohl e Mitterand che conversavano su una certa Europa che volevano farsi o fare. Si sa i racconti della gente sono sempre così confusi! Ma chi era quest’Europa? C’è chi racconta una storia e chi un’altra. C’erano quelli che dicevano che fosse stata una bellissima donna che tutti avrebbero voluto avere . Anche quel toro furioso di Giove! E c’era un gran litigio: i Galli e i Germani la volevano a tutti i costi e a quelli di Giove e di Zeuss non la volevano neanche fare annusare! Ché quella era una donna d’alta classe e solo quelli che avevano certi requisiti potevano soddisfarla!

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Una storia di Colapesce (IV)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

IV episodio

L’anima del popolo

-Cretino era! Cretino ma non tutto scemo. Lui lo scemo lo sapeva fare! Non scordatevi di Giufà! Che Giufà è l’anima del popolo, è la vostra anima! – Diventava adesso il cantastorie un sobillatore di popolo? C’è chi afferma che in realtà si era ringalluzzito alla vista di quelle bellezze sudanti fermatesi intorno al suo tabellone. Figlie degli immigrati svestite dei pudori dalla vita nei paesi del nord, tornate per le vacanze estive al paese. Moglie nordiche dei picciotti venuti a trovare i parenti rimasti al paese. – Giufà era ignorante tanto con pidocchi grossi come i sorci, Giufà era da evitare, da non guardare … E intanto il cantastorie si mangiava con gli occhi quel ben di dio che sentiva vicino vicino nella comunanza di quei corpi sudati, accaldati dal sole e dalla voglia di amore per quella terra troppo forte, troppo forte per viverci da deboli.
Nei racconti della gente, della stessa che narrava con orgoglio di Cola Pesce, spesso si parlava senza orgoglio anche di un certo Giufà. Quante se ne dicevano sul suo conto: di tutti i colori! Non si contavano più le volte che Giufà era bastonato dalla mad re
–    Che figlio disgraziato: non ne combina una giusta! Non porta a casa neanche un soldo!-
Così, un giorno sì e l’altro pure, si lamentava la furiosa mamma con una comare dirimpettaia mentre manifestava il suo intento agitando nell’aria il minaccioso manico della scopa.
-Glielo rompo sulla groppa! Deve mettere giudizio!- i mprecava.
Però Giufà non aveva bisogno degli schiaffi della madre poiché intanto veniva schiaffeggiato da due sposini a cui aveva gridato: -Dio, fateli dividere –
Povero Giufà, non l’aveva fatto per cattiveria: era ciò che poco prima gli avevano insegnato due contraenti che se le stavano dando di santa ragione, quando lui era arrivato nei pressi gridando
-Dio fateli uccidere-,
Perché poco prima aveva incontrato due cacciatori a cui lui aveva gridato
-Dio fateli correre, –
Che allora lo avevano bastonato e tutto questo perché lui era andato al mare, aveva voluto lavare una puzzolente pelle di pecora, per guadagnarsi due soldi da portare alla mamma che come quasi tutte le altre matrone, voleva sentire il suono dell’argento. Che quello era importante e non se erano soldi puliti o sporchi o riciclati che poi neanche i soldi sporchi puzzavano!
Purtroppo, quel giorno, Giufà era particolarmente confuso, si dice, perché mentre andava con la sua pelliccia verso la spiaggia, rimase sbalordito dalla gigantesca immagine di una stravolgente nobile donna nuda che indicando una certa zona diceva:
-Io di pelliccia porto solo questa!
Che confusione per Giufà, ma di buona lena, frega che ti frega, pulì la pelle di pecora. E Giufà, per essere sicuro di ricevere dei soldi per il buon lavoro svolto, aveva fermato una nave.
Lui voleva solamente chiedergli se secondo loro la pelle era pulita, tutto lì. Che mondo ingiusto! Il capitano della nave, furioso per il tempo perso, l’aveva bastonato e obbligato a gridare verso Dio la preghiera:
-Dio fateli correre!
(Stavano andando a prelevare un altro grosso gruppo di clandestini che avrebbero pagato tanto oro quanto pesavano, pur di poter essere portati in quella Terra Promessa).
E così lui aveva fatto. Mondo infame pensava Giufà. Poi pensò al padre che alla fiera dell’est per due soldi un topolino comprò quando venne il gatto che si mangiò il topo che …
Giufà canticchiava e si riposava sulla spiaggia, proprio là, sopra il punto in cui la Sicilia poggiava sulla colonna sorretta dal grande amore di Cola Pesce.
Sembra che Giufà abbia sentito qualcosa, non sa se un gemito o un lamento straziante, ma abituato com’era a lamenti e pianti, pensò che probabilmente era stato lui stesso ad aver emesso quel suono. (A quei tempi, non esistendo ancora gli psicologi, non si sapeva ancora che tipo di disturbo fosse) Però, poi, quando Giufà vide il genio della lampada di Aladino,
– Arrivo, arrivo- brontolava quest’ultimo mentre si tuffava tra i gorghi del mare districandosi dalle grinfie della Gorgona, capì che stava accadendo qualcosa. Fu così che Giufà, temendo di venire coinvolto in qualche altra storia in cui lui, o metaforicamente o concretamente, le avrebbe prese, se la diede a gambe, tremava Giufà:
MA..fi…a…
Mamma figlio ahi!
-allora Giufà, il genio della lampada di Aladino non lo mollava, Giufà dimmi cosa vuoi, ti do tutto quello che vuoi.! Tutto? Chiese incredulo. Sí, tutto quello che vuoi. Senza nessuna condizione? Non vuoi niente in cambio? No, non devi darmi niente. Niente, proprio niente? Sí, proprio niente, solo che tutto quello che tu ricevi, lo riceveranno triplicato tutti gli altri. Se io chiederò un palazzo, gli altri ne riceverrano ognuno tre? Sì. E se io avrò un cavallo gli altri ne riceveranno ognuno tre? Sí. E se io chiederò una moglie, gli altri ne avranno tre? E il prete che avrebbe detto?! Giufà, Giufa! A Giufa venne im mente di chiedere al genio una disgrazia in modo che gli altri ne avrebbero ricevute tre!
Quanto avrebbe voluto avere gli stivali del gatto con gli stivali Giufa! Però, benché lo desiderasse con anima e corpo, di quel gatto non vide neanche l’ombra, tutt’altro scorgeva solo lupi e lupare e mentre correva bruciandosi i piedi nudi su quella sabbia rovente, vide avvicinarsi un drappello di minacciosi cavalieri al galoppo. Giufà riparò con un salto dietro ad un macigno ciclopico di cemento armato sul quale erano impresse le impronte delle mani di Polifemo.

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Una storia di Colapesce (III)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

III episodio

Laudato sii mio Signore
A quel punto il cantastorie era semiacciecato dalle gocce di sudore che dalla fronte gli grondavano sugli occhi: non fu certo se con il suo bastone indicava la scena giusta. Non importa, la gente trovò ad ogni modo giusto quello di cui stava cantando.
Gente come te e me, gente semplice con la testa a
posto, gente con figli    e c’era Cola e c’era Totò,
faticava    Giosuè come Miccichè, bestemmiava
Santina come anche Santuccia e mamma mia santissima la gente era semplicissima, ma la vita era complicatissima!
Si racconta di allora, di quei tempi in cui la gente era ancora così come Dio l’aveva fatta: semplice semplice. Era la terra ad essere molto complicata,
troppo complicata. Si racconta di lunghe chiacchierate e anche se non erano state tante le parole usate, quando avevano dato un nome a qualcosa o a qualcuno allora quello voleva dire quella cosa e basta. La fame era la fame e la sete era la sete e loro non avevano niente, mentre il re e gli altri signori avevano tutto e in più molte parole poco o per niente comprensibili a loro. Del resto, la gente semplice, cani e porci compresi, apparteneva al re e agli altri Signori. Certo, loro e anche il re erano tutte, come si dice, creature di Dio, ma Dio le aveva volute nella loro diversità e va beh non poteva essere diversamente, solo che ogni tanto si arrabbiavano lo stesso, certamente non per mancare di rispetto a Dio,
porco…! ma perché aveva fatto un mondo così? Ecco, a loro, gente semplice, questo non andava giù. Luccicavano gli occhi della gente quando parlava del palazzo reale, nelle pupille si rifrangevano i bagliori di gemme, smeraldi e marmi, di luci e …canti. Quando parlavano dei canti si ritiravano a guscio e la folla dei narratori diventava un innumerevole numero di solisti e mesti cantori religiosi e timorosi degli altri, rispettosi del Signore e di molti altri signori. Anche il cielo era un palazzo reale posato sulla cima di un monte, la dimora in cui ritornavano i Signori di ritorno dalle loro imprese.
„Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature lo frate sole
bello e radiante cum grande splendore
et sora luna e le stelle
clarite et pretiose e belle
f rate vento
f rate focu
Laudato si mi’Signore
per sora nostra madre terra”
Et c’ erano i cantastorie, che di storie ne contavano molte ed era indifferente se parlavano di fatti e di cose, di frati e di sore belli o brutti. La gente ascoltava dimenticando per un po’ i morsi della fame e la voglia di mordere quelli che di fame non ne avevano.
-Sentite, sentite. . .- Introduceva il cantastorie
-Sentite che cosa accadde a Cola Pesce. . .- E iniziavano gli stornelli:
–    La seconda storia che vi voglio raccontare, è la storia di Cola Pesce e il mare.
Guardate guardate, in questo grande palazzo tra dame e lazzi c’era una grande testa di …-
E con un bastone indicava su un telone la scena illustrata successiva ad altre e prima di quelle seguenti.
Venne il turno del Cavaliere Inesistente, e ne parlava male, ne parlava in parte così:

Nel cuntu di li cunti, nel palazzo del re c’era un ruffiano che faceva per tre! Quel ruffiano impenitente era il cavaliere inesistente e “sembrava che bollisse nella sua armatura come in una pentola tenuta a fuoco lento”. Nessuno sa che viso avesse e neppure come si chiamasse. Quando arrivava con i pennacchi, con i pennacchi fatti di sconosciuti galli orientali, dalla visiera del suo elmo, il cavaliere che non c’era sbuffava come una marmitta da campo zeppa delle viscere dei nemici squartati.
La gente se l’immaginava brutto brutto e terribilmente abituato a considerare fatti suoi tutti quelli degli altri, quando li credeva adatti ad indurre il re a dirgli bello bello. Siccome il re era molto lunatico, perciò bisognava saperlo prendere, un giorno, con molta cautela, non dopo aver aperto brevemente la visiera, sbollendo i suoi gas di scarico, fece sapere al suo sovrano dei discorsi della rispettata principessa Amalasunta. Gli spifferò del discorrere d’Amalasunta con quel perdigiorno di Cola Pesce. Bisogna sapere che a quei tempi la parola discorrere si usava anche per esprimere fare l’amore, quindi stava al re di interpretarlo come meglio credeva. Quali immagini terribilmente volgari passarono per la sua nobile mente! Avvenne così che in un giorno come sempre di grande calura, il re poltrone, alzatosi dal suo trono, si trascinò al mare. Che fatica, poveraccio, con quel pancione di lardo e quella dimentica corona sulla testa! Sfortuna volle che gli cadesse in acqua uno dei suoi preziosissimi anelli (si assicurava che fosse magico). Gli era caduto nel fondo del mare. In quel mare sotto Messina, là dove vivevano, credeva speranzosa sua maestà, mostri marini, più affamati
dei suoi sudditi. Già si sfregava le mani dalla contentezza: avrebbe preso due piccioni con una fava! Si sarebbe sbarazzato di Cola Pesce e avrebbe creato anche un eroe: Cola Pesce sacrificatosi per placare i mostri marini, quelle bestie implacabili che divertendosi scuotevano la terra e buttavano giù palazzi e catapecchie. Mai nei corridoi e nelle sale di una reggia si era visto un re correre a quel modo. Il re contrariamente al solito voleva sbrigarsi, voleva arrivare prima del Cavaliere inesistente, il quale altrimenti, come da ordine ricevuto, avrebbe trovato lui il modo di eliminare zitto zitto il Cola Pesce. Perciò si affrettò a far presentare Cola Pesce al suo cospetto: –
Riportami l’anello perso nel mare e avrai la mano di mia figlia.- Gli disse.
Cola Pesce, stupito, rimase a bocca aperta e boccheggiava quasi come un pesce fuor d’acqua, ma non se lo fece ripetere due volte:
-Vado.- Rispose. Si riempì i polmoni di tanta aria buona, pregna dell’odore di Amalasunta. Serrò la bocca e si tuffò veloce veloce, proprio lì dove si alzava una delle tre colonne di stile sconosciuto (Sarebbe bello se finalmente gli archeologi si occupassero di questo rebus). Di mostri non ne incontrò (bisognerebbe chiedere a Fortuna e Speranza, di cui il cantastorie non ne sapeva niente), vide e salutò solo tonni e sardelle polipi e patelle. Tra tutti quei pesci che al vederlo non finivano mai di sbalordirsi (i pescecani lo rispettavano così come i leoni Tarzan), trovò l’anello e, sognando della mano e delle labbra della sua bella, si eccitò alla vista della colonna eretta, utile a guidarlo sempre più su fino ad Amalasunta, Amalasunta, l’opposto del Nulla. Felicemente eccitato risaliva lungo quell’opera tersa. Di colpo gli venne quasi un colpo quando s’accorse di una crepa nella colonna. Insinuò che neanche Dio fosse perfetto, altrimenti avrebbe usato il peperino e non il tufo! Che fare? Imprecare contro Dio non serviva a nulla, pregare neanche e allora? In quattro e quattr’otto decise di restare là sotto, e per evitare il crollo della colonna e il conseguente inabissamento della Sicilia, del re e soprattutto della sua amata, si strinse alla falla di quella che poi sarebbe stata vista come un simbolo fallico. Fu quello il primo autosacrificio della storia? E che forse la Sicilia nient’altro era se non il timpano di un tempio sacro dedicato a Dio, quello nostro o uno di quello degli altri? No, la voce popolare non dice niente a proposito e sembra che neanche il magno cantastorie Omero, attraverso la grave voce di Ungaretti, abbia detto qualcosa a riguardo di ciò, neanche ai telespettatori bramosi d’arricchimenti non solo pubblicitari ma anche culturali. Del resto si pensava che si sta come d’autunno degli alberi le foglie. Inoltre per quanto riguarda i cantastorie anche le loro versioni differivano l’una dall’altra, ma per tutti era di uguale importanza il:
-Sentite sentite, venite venite, venite e sentite. –
E tutti sentivano e sentivano. Poi raccontavano a loro volta una nuova versione: che ai bambini ne raccontavano una diversa di quella raccontata ai grandi e i vecchi sdentati la dicevano in un modo la sera e in un altro la mattina, ma tutti sentivano e sentivano e dimenticavano per un po’ i morsi della fame e quei morsi che avrebbero dato a quelli che di fame non ne avevano.
Et
Laudato sie mi’ Signore per sora morte corporale da la quale nulla homo vivente può skappare. Speranza e Fortuna
Ora Dio apprezzò il gesto di Cola e nonostante fosse già impegnato con piccole e grandi cose di quel mondo là sotto, si ripromise di fare qualcosa per quel simpaticone di Pesce, ma cosa? Gli bruciava ancora il ricordo della giornataccia segnata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Se non avesse avuto paura di perdere la faccia, li avrebbe richiamati. Proprio quella volta aveva deciso che non sarebbe mai più intervenuto in prima persona nei fatti di quelle figurine che in fin dei conti erano sue creature. Gli venne un’idea: avrebbe creato alcuni personaggi utili ad intervenire nei fatti umani senza comprometterlo. Creò Speranza e Fortuna. Già nei sette giorni impiegati nella creazione del suo mondo aveva maturato la decisione di non intervenire mai direttamente nei fatti di quelli là sotto. Era o non era servita a qualcosa l’esistenza di Zeuss e della sua famiglia divina? Era stata una famiglia troppo umana, troppo impegolata in prima persona nei fatti di quelle creaturine che in fondo in fondo lo divertivano, in quel teatrino esistente già prima della sua sceneggiatura.
Dio si ritirò in un buco nero nel retroscena dell’universo.

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Una storia di Colapesce (II)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

Il barcone

Terra ,terra…era un grido di speranza. C’è chi dice che erano clandestini, altri profughi, o libici o tunisini
O africani , sicuramente uomini donne e bambini.
Terra terra sognano nel barcone ammassati, infreddoliti e stremati.La in mezzo al mare se ne andava quel barcone, quella carretta del mare piena di fantasmi bianchi e molti neri ma tutti con una gran paura che quel mare diventasse una tomba. E cosi´mentre il cantastorie cantava di fatti accaduti, quanti misfatti accadevano ancora, che fatica cantastorie , dai, da voce anche a quei dispersi a quei migranti:
arrivano in tanti
ma pochi  sono i loro averi
come poveri i loro vestiti
Ma voi
Gente dai tanti averi
E dai ricchi vestiti
Non credetevi superiori
Perché grande è la loro speranza
Immensa la loro fantasia.

C’era una volta…
C’era una volta un’isola dal nome Sicilia, dalla forma triangolare ma non troppo, adagiata sul mare mosso e nostro, appoggiata a tre colonne di tufo, una ad ogni angolo. Alquanto vaga è la leggenda nel precisare lo stile dei tre sostegni, dunque lasciato alla speculazione e alla fantasia. Alcuni propendono per lo stile dorico, altri per il corinzio.Tanti portano moltissime argomentazioni a favore del lotiforme, quello stile preferito dai faraoni e da Cleopatra con Cesarino, Marchetto Antonio e qualcun altro.
Si racconta della vita del figlio di Totò Malavoglia, Cola Pesce, chiamato prima solo Cola, diminutivo di Nicola e poi Cola soprannominato Pesce. Naturalmente, come tutti i soprannomi in genere, anche questo era il nome di una storia, di una lunga storia. Nei racconti si abbonda di dettagli su quel povero Cristo di Cola. Si parla di un muso lungo lungo, molto taciturno, d’animo molto sensibile. Cola era perennemente costernato. La vista di tanta gente rispedita nelle braccia del Signore, prevalentemente per mano d’altri uomini, qualche volta per zampate d’animali, lo rattristava. Si mormorava anche che Cola fosse stato sicuramente innamorato, ma doveva essere un amore difficile, se non addirittura impossibile. Cola, infatti, l’innamoramento lui lo conosceva, ma di grande animo e idealista com’era, Cola errava giorno e notte alla ricerca del paese dove non si moriva mai, o quantomeno dove non si distinguesse tra vita e morte.
Cerca che ti cerca, un giorno, ansante e grondante di sudore, arrivò nei pressi dell’albero di Pappafico. Era un albero frondoso popolato d’uccellini canterini, un pino amato da grandi e piccini che adombrava un angolo del belvedere con vista sulla conca e sul mare. La piazza era circolare e quella era l’ora dei vecchi, degli anziani del paese, i quali, nell’antica frescura all‘ombra della secolare pianta, erano di dolori sempre giovani e di racconti sempre quelli. Cola stava ascoltando i racconti degli anziani del suo paese, allorché uno dei vecchi, sdentato come quasi tutti gli altri, ma ancora nerboruto, dopo uno sputo catarroso, affermò che la vita era nata nel fondo del mare. Quel momento decise il destino di Cola e nella calura di un tedioso pomeriggio, dove anche i pensieri facevano sudare goccioloni appiccicaticci (persino le cicale s’impigrivano e se ne fregavano delle formiche e soprattutto di quelli infervorati a parlare male male del loro dolce non far niente), mare e cercare si fissarono nella testa di Cola. Venne una notte senza sonno e pensava solo mare e cercare.
Il giorno dopo non dormì neanche: pensieri come scogli battuti dalle onde, pensava mare e cercare, e non dormì neanche la notte dopo e neanche il giorno seguente e neanche la notte successiva e solamente mare e cercare. Logicamente, che nel mare fosse nata la vita, significava che lìla morte era finita, così pensava.
A nulla servirono le raccomandazioni della sua povera mamma! Quante storie gli raccontò, e non solo quelle lettegli da piccino per fargli prendere sonno. Tante storie lette con voce dolce, materna. Quante parabole bibliche. Eppure solo Dio sembrava compiacersi dei fatti di Noè, Salomè e Giosuè. Non servì a nulla neanche la materna lettura della storia di
Pinocchio e di molte altre di genere simile, atte ad insegnargli a non smarrire la retta via. Non riuscì a spaventarlo, neanche con le storie dei Fratelli Grim. Basta!
Cola era stufo, perciò scrisse una volta alla madre: O madre,
l’amore non è un peso che opprime:
è un’ala che libera.
E andò là: scrutò dall’alto verso la colonna di tufo. Indeciso ritornò a casa, ma poi Cola era proprio stufo, e scrisse ancora:
O padre,
L’amore non è una catena che lega:
è un bacio al gabbiano.
O figlio,
l’amore non è il fermarsi nella palude:
è librarsi nell’aria.
Detto, fatto. Ma librarsi nell’aria era un sogno da Icaro, un avvicinarsi troppo a Dio. Il mare… invece… Si tuffò vicino al tufo. Ne era sicuro: il paese dove non si muore mai, era là sotto, nel profondo del mare. Sua madre poverina piangeva un mare di lacrime e si disperava e lo implorava di stare con i piedi per terra, di pensare al suo futuro, di calmarsi, di sistemarsi. E i saggi vecchi:
– Cercati una fidanzata, io alla tua età…
Ma Cola non ci sentiva da quell’orecchio, ché lui le ragioni del suo cuore le aveva già, eccome! E in breve imparò non solo lo stile libero, ma anche quello a rana e non ancora soddisfatto apprese un’altro stile dai delfini, trascorse giorni e notti a guizzare tra i pesci, a scoprire conchiglie e grotte, a riempire il suo cuore del pulsare del mare.
Allora i vecchi e anche i giovani gli misero il soprannome Pesce, facendolo diventare così Cola Pesce. Allora Cola Pesce stava nel mare come a casa sua (se non meglio) e se non ci fosse stata Amalasunta, non sarebbe mai ritornato sulla terra. Chissà, se Cesare invece di Cleopatra avesse incontrato Amalasunta, forse le storie sarebbero state d’altro tipo, dicevano tanti che si sa racconta tu, racconta io le storie si mischiano, -tante gocce di un unico mare- diventano un’unica storia in cui l’elemento più importante è lo scopo del momento. Allora: Cola Pesce amava non solo quel mare sul quale stava la sua terra, ma anche e ricambiato Amalasunta, la figlia del re. Quanto erano felici nei momenti trascorsi insieme, all’insaputa di quel re despota e padre padrone, da soli all’unisono con quell’universo di lacrime d’allegria divina. Lì i due giovani discorrevano molto anche se non ebbero nessun figlio, ne´nove mesi dopo quel discorso, come neanche nove mesi dopo gli altri discorsi che ebbero occasione di fare nei pressi della colonna di tufo.
-Mi ami? le domandava lei,
-Sì, molto, rispondeva lui.
–    E tu mi ami, domandava lui a lei.
-Sí ti amo- rispondeva lei a lui
–    Mi amerai sempre? Domandava ancora lei.
-Sì, ti amerò per sempre, rispondeva lui, e poi:
–    E tu mi amerai per sempre?
–    Sì, rispondeva lei. E poi:
-Quanto mi ami?
-Quanto il mare, e tu quanto mi ami?
–    Oh, io ti amo quanto il mare. E poi lei taceva, anche lui. E poi:
–    Cola, dimmi che mi ami!
– Amalasunta io ti amo! Amalasunta dimmi che mi ami!
–    Cola, Cola, io ti amo Cola! Più del mare. E tu mi ami più del mare?
– Tu sei il contrario del Nulla, sospirò lui nello stringerla, che niente di meglio gli venne in mente al contatto di quel seno prosperoso. E Cola si rituffò, ma quella volta non nel mare, anche se in riva al mare, là dove le onde vivevano in un ritmo continuo e vagivano scrosciavano ruggivano e morivano e di nuovo si reincarnavano nel battito del cuore e si riformavano e salavano i baci e i bacini di Cola e d’Amalasunta.
Tu sei il contrario del Nulla, le avrebbe detto poi per molte volte ancora, tutte le volte che lei nel domandargli mi ami gli si sarebbe stretta, lo avrebbe guardato con quegli occhi di bucchero, con quella pelle col sapore di sale del mare e avrebbe sentito quel seno schiacciato al petto.
Cola aveva solo qualche pelo sul petto, dicevano gli uni, Cola era pelosissimo dicevano gli altri. Tutti concordavano che Cola era bello e Amalasunta dolce come il miele.

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la cialoma , antico canto dei tonnaroti di Favignana

Eee Lina, Lina!
È questo il canto che i tonnaroti fanno quando cominciano a tirare le reti in barca: in esso si evidenziano le doti fisiche, anche intime, di una bella fanciulla che viene promessa in sposa al Rais che costituisce per lei un buon partito. Il canto vuole essere di augurio per una pesca abbondante
Chi beddi capiddi teni a signorina
Chi bedda facci teni a signorina
Chi beddi occhi tenii a signorina
Chi beddi aricchi teni a signorina
Chi bedda vucca teni a signorina
Chi beddu coddu teni a signorina
Chi beddu pettu teni a signorina
Chi beddi minni teni a signorina
Chi bedda panza teni a signorina
Chi beddu biddicu teni a signorina
Chi beddu culu teni a signorina
Chi beddi cosci teni a signorina
Chi beddu sticchiu. teni a signorina
E l’emu a maritari a signorina
Viremu a cu ramu a signorina
E la ramu o Raisi a signorina
In coro
– E Raisi si la marita a signorina
che bei capelli ha la signorina
che bella faccia ha la signorina
che begli occhi ha la signorina
che begli orecchi ha la signorina
che bella bocca ha la signorina
che bel collo ha la signorina
che bel fisico ha la signorina
che bel seno ha la signorina
che bella pancia ha la signorina
che bell’ombelico ha la signorina
che bel sedere ha la signorina
che belle gambe ha la signorina
che bella…..ha la signorina
facciamola sposare
a chi la dobbiamo dare
la diamo al Raise il Rais sposa la signorina

Le saline di Paceco a Trapani

Die Sprachschule Senzaparole und der Reiseveranstalter Sentiero… turismo haben gemeinsam eine Reise nach Sizilien gestaltet . Sie verbindete einen Italienisch-Sprachkurs in gewohnter Senzaparole-Qualität mit Ausflügen, Spaziergängen und Wanderungen. Die Reisenden erlebten Landschaft, Natur und Kultur im Westen Siziliens.

Trapani

Bilder von Trapani

Impressioni del nostro viaggio in Sicilia , a Trapani,nell’ottobre del 2011

Sizilien, die größte Mittelmeerinsel, ist eine kleine eigene Welt für sich, voller Brüche und Klischees, beinahe wie ein eigener Kontinent mit allem Besten und Schlechtesten, ein Hyper-Italia, das sich hier viel extremer und bunter präsentiert. Ein wildes Potpourri aus Sonne, Meer, Natur, Geschichte, Kultur und prallem Leben und einer gewissen Trägheit der Sizilianer, die gern ihrem Lebensmotto folgen, nichts tun zu müssen, weil es keinen Grund gibt. Griechische Tempel, römische Villen und Mosaiken, Barockpaläste und Jugendstil-Villen, zahllose Kirchen und Kathedralen wechseln sich ab mit grandiosen Gebirgslandschaften, Bergdörfern, wo die Zeit stehen geblieben zu sein scheint, Küsten mit idyllischen Buchten und malerischen Hafenstädten, halbfertige Skelettbauten auf stoppeligen Hügeln, überragt vom rauchenden, schneebedeckten Ätna, der sich immer mal wieder spektakulär austobt. Im durchdringenden Licht eines Sonnenauf- oder -untergangs aufs Schönste in Szene gesetzt, dass man immer wieder verzückt innehalten muss. Man trifft Norditaliener, die sich von der besonderen Insel-Energie angezogen fühlen und hier Hotels und B&Bs eröffnen. Dazu eine multikulturelle Küche, die ihre Tradition bewahren will und sich zugleich weiterentwickelt, wie auch eine junge Wein-Szene. Die gigantische Sonneninsel zwischen Bergen und Meer, umgeben von 1200 Kilometer Küste, bietet viel mehr, als man in einer Woche schaffen kann, deshalb haben wir uns den Westen mit der Provinz Trapani und die kleinen vorgelagerten Inseln für das nächste Mal aufgehoben. Einmal im Leben alles richtig machen. Buch kaufen, Flug buchen oder Auto mieten und eine perfekte Woche auf Sizilien erleben. Smart Travelling sagt Ihnen, wo Sie genau die Dinge finden, die das Flair der Region ausmachen. Nicht lange suchen, sondern einfach einen Lieblingsplatz nach dem anderen genießen. Das richtige Hotel, ein unvergessliches Restaurant, ein Besuch beim Bauern, eine versteckte Sehenswürdigkeit, eine wunderbare Wanderung. Nicht alles und jedes, sondern nur das wirklich Authentische und Besondere. Orte, an die man immer wieder gerne zurückkehren möchte, weil sie uns empfangen wie ein guter Freund. Sieben Tage Sizilien auf den Punkt gebracht, mit Fotos, Adressen, Interviews, Rezepten, Porträts und Aktionen.