Una storia di Colapesce (II)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

Il barcone

Terra ,terra…era un grido di speranza. C’è chi dice che erano clandestini, altri profughi, o libici o tunisini
O africani , sicuramente uomini donne e bambini.
Terra terra sognano nel barcone ammassati, infreddoliti e stremati.La in mezzo al mare se ne andava quel barcone, quella carretta del mare piena di fantasmi bianchi e molti neri ma tutti con una gran paura che quel mare diventasse una tomba. E cosi´mentre il cantastorie cantava di fatti accaduti, quanti misfatti accadevano ancora, che fatica cantastorie , dai, da voce anche a quei dispersi a quei migranti:
arrivano in tanti
ma pochi  sono i loro averi
come poveri i loro vestiti
Ma voi
Gente dai tanti averi
E dai ricchi vestiti
Non credetevi superiori
Perché grande è la loro speranza
Immensa la loro fantasia.

C’era una volta…
C’era una volta un’isola dal nome Sicilia, dalla forma triangolare ma non troppo, adagiata sul mare mosso e nostro, appoggiata a tre colonne di tufo, una ad ogni angolo. Alquanto vaga è la leggenda nel precisare lo stile dei tre sostegni, dunque lasciato alla speculazione e alla fantasia. Alcuni propendono per lo stile dorico, altri per il corinzio.Tanti portano moltissime argomentazioni a favore del lotiforme, quello stile preferito dai faraoni e da Cleopatra con Cesarino, Marchetto Antonio e qualcun altro.
Si racconta della vita del figlio di Totò Malavoglia, Cola Pesce, chiamato prima solo Cola, diminutivo di Nicola e poi Cola soprannominato Pesce. Naturalmente, come tutti i soprannomi in genere, anche questo era il nome di una storia, di una lunga storia. Nei racconti si abbonda di dettagli su quel povero Cristo di Cola. Si parla di un muso lungo lungo, molto taciturno, d’animo molto sensibile. Cola era perennemente costernato. La vista di tanta gente rispedita nelle braccia del Signore, prevalentemente per mano d’altri uomini, qualche volta per zampate d’animali, lo rattristava. Si mormorava anche che Cola fosse stato sicuramente innamorato, ma doveva essere un amore difficile, se non addirittura impossibile. Cola, infatti, l’innamoramento lui lo conosceva, ma di grande animo e idealista com’era, Cola errava giorno e notte alla ricerca del paese dove non si moriva mai, o quantomeno dove non si distinguesse tra vita e morte.
Cerca che ti cerca, un giorno, ansante e grondante di sudore, arrivò nei pressi dell’albero di Pappafico. Era un albero frondoso popolato d’uccellini canterini, un pino amato da grandi e piccini che adombrava un angolo del belvedere con vista sulla conca e sul mare. La piazza era circolare e quella era l’ora dei vecchi, degli anziani del paese, i quali, nell’antica frescura all‘ombra della secolare pianta, erano di dolori sempre giovani e di racconti sempre quelli. Cola stava ascoltando i racconti degli anziani del suo paese, allorché uno dei vecchi, sdentato come quasi tutti gli altri, ma ancora nerboruto, dopo uno sputo catarroso, affermò che la vita era nata nel fondo del mare. Quel momento decise il destino di Cola e nella calura di un tedioso pomeriggio, dove anche i pensieri facevano sudare goccioloni appiccicaticci (persino le cicale s’impigrivano e se ne fregavano delle formiche e soprattutto di quelli infervorati a parlare male male del loro dolce non far niente), mare e cercare si fissarono nella testa di Cola. Venne una notte senza sonno e pensava solo mare e cercare.
Il giorno dopo non dormì neanche: pensieri come scogli battuti dalle onde, pensava mare e cercare, e non dormì neanche la notte dopo e neanche il giorno seguente e neanche la notte successiva e solamente mare e cercare. Logicamente, che nel mare fosse nata la vita, significava che lìla morte era finita, così pensava.
A nulla servirono le raccomandazioni della sua povera mamma! Quante storie gli raccontò, e non solo quelle lettegli da piccino per fargli prendere sonno. Tante storie lette con voce dolce, materna. Quante parabole bibliche. Eppure solo Dio sembrava compiacersi dei fatti di Noè, Salomè e Giosuè. Non servì a nulla neanche la materna lettura della storia di
Pinocchio e di molte altre di genere simile, atte ad insegnargli a non smarrire la retta via. Non riuscì a spaventarlo, neanche con le storie dei Fratelli Grim. Basta!
Cola era stufo, perciò scrisse una volta alla madre: O madre,
l’amore non è un peso che opprime:
è un’ala che libera.
E andò là: scrutò dall’alto verso la colonna di tufo. Indeciso ritornò a casa, ma poi Cola era proprio stufo, e scrisse ancora:
O padre,
L’amore non è una catena che lega:
è un bacio al gabbiano.
O figlio,
l’amore non è il fermarsi nella palude:
è librarsi nell’aria.
Detto, fatto. Ma librarsi nell’aria era un sogno da Icaro, un avvicinarsi troppo a Dio. Il mare… invece… Si tuffò vicino al tufo. Ne era sicuro: il paese dove non si muore mai, era là sotto, nel profondo del mare. Sua madre poverina piangeva un mare di lacrime e si disperava e lo implorava di stare con i piedi per terra, di pensare al suo futuro, di calmarsi, di sistemarsi. E i saggi vecchi:
– Cercati una fidanzata, io alla tua età…
Ma Cola non ci sentiva da quell’orecchio, ché lui le ragioni del suo cuore le aveva già, eccome! E in breve imparò non solo lo stile libero, ma anche quello a rana e non ancora soddisfatto apprese un’altro stile dai delfini, trascorse giorni e notti a guizzare tra i pesci, a scoprire conchiglie e grotte, a riempire il suo cuore del pulsare del mare.
Allora i vecchi e anche i giovani gli misero il soprannome Pesce, facendolo diventare così Cola Pesce. Allora Cola Pesce stava nel mare come a casa sua (se non meglio) e se non ci fosse stata Amalasunta, non sarebbe mai ritornato sulla terra. Chissà, se Cesare invece di Cleopatra avesse incontrato Amalasunta, forse le storie sarebbero state d’altro tipo, dicevano tanti che si sa racconta tu, racconta io le storie si mischiano, -tante gocce di un unico mare- diventano un’unica storia in cui l’elemento più importante è lo scopo del momento. Allora: Cola Pesce amava non solo quel mare sul quale stava la sua terra, ma anche e ricambiato Amalasunta, la figlia del re. Quanto erano felici nei momenti trascorsi insieme, all’insaputa di quel re despota e padre padrone, da soli all’unisono con quell’universo di lacrime d’allegria divina. Lì i due giovani discorrevano molto anche se non ebbero nessun figlio, ne´nove mesi dopo quel discorso, come neanche nove mesi dopo gli altri discorsi che ebbero occasione di fare nei pressi della colonna di tufo.
-Mi ami? le domandava lei,
-Sì, molto, rispondeva lui.
–    E tu mi ami, domandava lui a lei.
-Sí ti amo- rispondeva lei a lui
–    Mi amerai sempre? Domandava ancora lei.
-Sì, ti amerò per sempre, rispondeva lui, e poi:
–    E tu mi amerai per sempre?
–    Sì, rispondeva lei. E poi:
-Quanto mi ami?
-Quanto il mare, e tu quanto mi ami?
–    Oh, io ti amo quanto il mare. E poi lei taceva, anche lui. E poi:
–    Cola, dimmi che mi ami!
– Amalasunta io ti amo! Amalasunta dimmi che mi ami!
–    Cola, Cola, io ti amo Cola! Più del mare. E tu mi ami più del mare?
– Tu sei il contrario del Nulla, sospirò lui nello stringerla, che niente di meglio gli venne in mente al contatto di quel seno prosperoso. E Cola si rituffò, ma quella volta non nel mare, anche se in riva al mare, là dove le onde vivevano in un ritmo continuo e vagivano scrosciavano ruggivano e morivano e di nuovo si reincarnavano nel battito del cuore e si riformavano e salavano i baci e i bacini di Cola e d’Amalasunta.
Tu sei il contrario del Nulla, le avrebbe detto poi per molte volte ancora, tutte le volte che lei nel domandargli mi ami gli si sarebbe stretta, lo avrebbe guardato con quegli occhi di bucchero, con quella pelle col sapore di sale del mare e avrebbe sentito quel seno schiacciato al petto.
Cola aveva solo qualche pelo sul petto, dicevano gli uni, Cola era pelosissimo dicevano gli altri. Tutti concordavano che Cola era bello e Amalasunta dolce come il miele.

Una Storia di Colapesce die Geschichte in Pdf Datei

Schreibe einen Kommentar

Deine E-Mail-Adresse wird nicht veröffentlicht. Erforderliche Felder sind mit * markiert.