Una storia di Colapesce (III)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

III episodio

Laudato sii mio Signore
A quel punto il cantastorie era semiacciecato dalle gocce di sudore che dalla fronte gli grondavano sugli occhi: non fu certo se con il suo bastone indicava la scena giusta. Non importa, la gente trovò ad ogni modo giusto quello di cui stava cantando.
Gente come te e me, gente semplice con la testa a
posto, gente con figli    e c’era Cola e c’era Totò,
faticava    Giosuè come Miccichè, bestemmiava
Santina come anche Santuccia e mamma mia santissima la gente era semplicissima, ma la vita era complicatissima!
Si racconta di allora, di quei tempi in cui la gente era ancora così come Dio l’aveva fatta: semplice semplice. Era la terra ad essere molto complicata,
troppo complicata. Si racconta di lunghe chiacchierate e anche se non erano state tante le parole usate, quando avevano dato un nome a qualcosa o a qualcuno allora quello voleva dire quella cosa e basta. La fame era la fame e la sete era la sete e loro non avevano niente, mentre il re e gli altri signori avevano tutto e in più molte parole poco o per niente comprensibili a loro. Del resto, la gente semplice, cani e porci compresi, apparteneva al re e agli altri Signori. Certo, loro e anche il re erano tutte, come si dice, creature di Dio, ma Dio le aveva volute nella loro diversità e va beh non poteva essere diversamente, solo che ogni tanto si arrabbiavano lo stesso, certamente non per mancare di rispetto a Dio,
porco…! ma perché aveva fatto un mondo così? Ecco, a loro, gente semplice, questo non andava giù. Luccicavano gli occhi della gente quando parlava del palazzo reale, nelle pupille si rifrangevano i bagliori di gemme, smeraldi e marmi, di luci e …canti. Quando parlavano dei canti si ritiravano a guscio e la folla dei narratori diventava un innumerevole numero di solisti e mesti cantori religiosi e timorosi degli altri, rispettosi del Signore e di molti altri signori. Anche il cielo era un palazzo reale posato sulla cima di un monte, la dimora in cui ritornavano i Signori di ritorno dalle loro imprese.
„Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature lo frate sole
bello e radiante cum grande splendore
et sora luna e le stelle
clarite et pretiose e belle
f rate vento
f rate focu
Laudato si mi’Signore
per sora nostra madre terra”
Et c’ erano i cantastorie, che di storie ne contavano molte ed era indifferente se parlavano di fatti e di cose, di frati e di sore belli o brutti. La gente ascoltava dimenticando per un po’ i morsi della fame e la voglia di mordere quelli che di fame non ne avevano.
-Sentite, sentite. . .- Introduceva il cantastorie
-Sentite che cosa accadde a Cola Pesce. . .- E iniziavano gli stornelli:
–    La seconda storia che vi voglio raccontare, è la storia di Cola Pesce e il mare.
Guardate guardate, in questo grande palazzo tra dame e lazzi c’era una grande testa di …-
E con un bastone indicava su un telone la scena illustrata successiva ad altre e prima di quelle seguenti.
Venne il turno del Cavaliere Inesistente, e ne parlava male, ne parlava in parte così:

Nel cuntu di li cunti, nel palazzo del re c’era un ruffiano che faceva per tre! Quel ruffiano impenitente era il cavaliere inesistente e “sembrava che bollisse nella sua armatura come in una pentola tenuta a fuoco lento”. Nessuno sa che viso avesse e neppure come si chiamasse. Quando arrivava con i pennacchi, con i pennacchi fatti di sconosciuti galli orientali, dalla visiera del suo elmo, il cavaliere che non c’era sbuffava come una marmitta da campo zeppa delle viscere dei nemici squartati.
La gente se l’immaginava brutto brutto e terribilmente abituato a considerare fatti suoi tutti quelli degli altri, quando li credeva adatti ad indurre il re a dirgli bello bello. Siccome il re era molto lunatico, perciò bisognava saperlo prendere, un giorno, con molta cautela, non dopo aver aperto brevemente la visiera, sbollendo i suoi gas di scarico, fece sapere al suo sovrano dei discorsi della rispettata principessa Amalasunta. Gli spifferò del discorrere d’Amalasunta con quel perdigiorno di Cola Pesce. Bisogna sapere che a quei tempi la parola discorrere si usava anche per esprimere fare l’amore, quindi stava al re di interpretarlo come meglio credeva. Quali immagini terribilmente volgari passarono per la sua nobile mente! Avvenne così che in un giorno come sempre di grande calura, il re poltrone, alzatosi dal suo trono, si trascinò al mare. Che fatica, poveraccio, con quel pancione di lardo e quella dimentica corona sulla testa! Sfortuna volle che gli cadesse in acqua uno dei suoi preziosissimi anelli (si assicurava che fosse magico). Gli era caduto nel fondo del mare. In quel mare sotto Messina, là dove vivevano, credeva speranzosa sua maestà, mostri marini, più affamati
dei suoi sudditi. Già si sfregava le mani dalla contentezza: avrebbe preso due piccioni con una fava! Si sarebbe sbarazzato di Cola Pesce e avrebbe creato anche un eroe: Cola Pesce sacrificatosi per placare i mostri marini, quelle bestie implacabili che divertendosi scuotevano la terra e buttavano giù palazzi e catapecchie. Mai nei corridoi e nelle sale di una reggia si era visto un re correre a quel modo. Il re contrariamente al solito voleva sbrigarsi, voleva arrivare prima del Cavaliere inesistente, il quale altrimenti, come da ordine ricevuto, avrebbe trovato lui il modo di eliminare zitto zitto il Cola Pesce. Perciò si affrettò a far presentare Cola Pesce al suo cospetto: –
Riportami l’anello perso nel mare e avrai la mano di mia figlia.- Gli disse.
Cola Pesce, stupito, rimase a bocca aperta e boccheggiava quasi come un pesce fuor d’acqua, ma non se lo fece ripetere due volte:
-Vado.- Rispose. Si riempì i polmoni di tanta aria buona, pregna dell’odore di Amalasunta. Serrò la bocca e si tuffò veloce veloce, proprio lì dove si alzava una delle tre colonne di stile sconosciuto (Sarebbe bello se finalmente gli archeologi si occupassero di questo rebus). Di mostri non ne incontrò (bisognerebbe chiedere a Fortuna e Speranza, di cui il cantastorie non ne sapeva niente), vide e salutò solo tonni e sardelle polipi e patelle. Tra tutti quei pesci che al vederlo non finivano mai di sbalordirsi (i pescecani lo rispettavano così come i leoni Tarzan), trovò l’anello e, sognando della mano e delle labbra della sua bella, si eccitò alla vista della colonna eretta, utile a guidarlo sempre più su fino ad Amalasunta, Amalasunta, l’opposto del Nulla. Felicemente eccitato risaliva lungo quell’opera tersa. Di colpo gli venne quasi un colpo quando s’accorse di una crepa nella colonna. Insinuò che neanche Dio fosse perfetto, altrimenti avrebbe usato il peperino e non il tufo! Che fare? Imprecare contro Dio non serviva a nulla, pregare neanche e allora? In quattro e quattr’otto decise di restare là sotto, e per evitare il crollo della colonna e il conseguente inabissamento della Sicilia, del re e soprattutto della sua amata, si strinse alla falla di quella che poi sarebbe stata vista come un simbolo fallico. Fu quello il primo autosacrificio della storia? E che forse la Sicilia nient’altro era se non il timpano di un tempio sacro dedicato a Dio, quello nostro o uno di quello degli altri? No, la voce popolare non dice niente a proposito e sembra che neanche il magno cantastorie Omero, attraverso la grave voce di Ungaretti, abbia detto qualcosa a riguardo di ciò, neanche ai telespettatori bramosi d’arricchimenti non solo pubblicitari ma anche culturali. Del resto si pensava che si sta come d’autunno degli alberi le foglie. Inoltre per quanto riguarda i cantastorie anche le loro versioni differivano l’una dall’altra, ma per tutti era di uguale importanza il:
-Sentite sentite, venite venite, venite e sentite. –
E tutti sentivano e sentivano. Poi raccontavano a loro volta una nuova versione: che ai bambini ne raccontavano una diversa di quella raccontata ai grandi e i vecchi sdentati la dicevano in un modo la sera e in un altro la mattina, ma tutti sentivano e sentivano e dimenticavano per un po’ i morsi della fame e quei morsi che avrebbero dato a quelli che di fame non ne avevano.
Et
Laudato sie mi’ Signore per sora morte corporale da la quale nulla homo vivente può skappare. Speranza e Fortuna
Ora Dio apprezzò il gesto di Cola e nonostante fosse già impegnato con piccole e grandi cose di quel mondo là sotto, si ripromise di fare qualcosa per quel simpaticone di Pesce, ma cosa? Gli bruciava ancora il ricordo della giornataccia segnata dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Se non avesse avuto paura di perdere la faccia, li avrebbe richiamati. Proprio quella volta aveva deciso che non sarebbe mai più intervenuto in prima persona nei fatti di quelle figurine che in fin dei conti erano sue creature. Gli venne un’idea: avrebbe creato alcuni personaggi utili ad intervenire nei fatti umani senza comprometterlo. Creò Speranza e Fortuna. Già nei sette giorni impiegati nella creazione del suo mondo aveva maturato la decisione di non intervenire mai direttamente nei fatti di quelli là sotto. Era o non era servita a qualcosa l’esistenza di Zeuss e della sua famiglia divina? Era stata una famiglia troppo umana, troppo impegolata in prima persona nei fatti di quelle creaturine che in fondo in fondo lo divertivano, in quel teatrino esistente già prima della sua sceneggiatura.
Dio si ritirò in un buco nero nel retroscena dell’universo.

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