Una storia di Colapesce (IV)

Racconto ispirato ad un’antica leggenda siciliana

IV episodio

L’anima del popolo

-Cretino era! Cretino ma non tutto scemo. Lui lo scemo lo sapeva fare! Non scordatevi di Giufà! Che Giufà è l’anima del popolo, è la vostra anima! – Diventava adesso il cantastorie un sobillatore di popolo? C’è chi afferma che in realtà si era ringalluzzito alla vista di quelle bellezze sudanti fermatesi intorno al suo tabellone. Figlie degli immigrati svestite dei pudori dalla vita nei paesi del nord, tornate per le vacanze estive al paese. Moglie nordiche dei picciotti venuti a trovare i parenti rimasti al paese. – Giufà era ignorante tanto con pidocchi grossi come i sorci, Giufà era da evitare, da non guardare … E intanto il cantastorie si mangiava con gli occhi quel ben di dio che sentiva vicino vicino nella comunanza di quei corpi sudati, accaldati dal sole e dalla voglia di amore per quella terra troppo forte, troppo forte per viverci da deboli.
Nei racconti della gente, della stessa che narrava con orgoglio di Cola Pesce, spesso si parlava senza orgoglio anche di un certo Giufà. Quante se ne dicevano sul suo conto: di tutti i colori! Non si contavano più le volte che Giufà era bastonato dalla mad re
–    Che figlio disgraziato: non ne combina una giusta! Non porta a casa neanche un soldo!-
Così, un giorno sì e l’altro pure, si lamentava la furiosa mamma con una comare dirimpettaia mentre manifestava il suo intento agitando nell’aria il minaccioso manico della scopa.
-Glielo rompo sulla groppa! Deve mettere giudizio!- i mprecava.
Però Giufà non aveva bisogno degli schiaffi della madre poiché intanto veniva schiaffeggiato da due sposini a cui aveva gridato: -Dio, fateli dividere –
Povero Giufà, non l’aveva fatto per cattiveria: era ciò che poco prima gli avevano insegnato due contraenti che se le stavano dando di santa ragione, quando lui era arrivato nei pressi gridando
-Dio fateli uccidere-,
Perché poco prima aveva incontrato due cacciatori a cui lui aveva gridato
-Dio fateli correre, –
Che allora lo avevano bastonato e tutto questo perché lui era andato al mare, aveva voluto lavare una puzzolente pelle di pecora, per guadagnarsi due soldi da portare alla mamma che come quasi tutte le altre matrone, voleva sentire il suono dell’argento. Che quello era importante e non se erano soldi puliti o sporchi o riciclati che poi neanche i soldi sporchi puzzavano!
Purtroppo, quel giorno, Giufà era particolarmente confuso, si dice, perché mentre andava con la sua pelliccia verso la spiaggia, rimase sbalordito dalla gigantesca immagine di una stravolgente nobile donna nuda che indicando una certa zona diceva:
-Io di pelliccia porto solo questa!
Che confusione per Giufà, ma di buona lena, frega che ti frega, pulì la pelle di pecora. E Giufà, per essere sicuro di ricevere dei soldi per il buon lavoro svolto, aveva fermato una nave.
Lui voleva solamente chiedergli se secondo loro la pelle era pulita, tutto lì. Che mondo ingiusto! Il capitano della nave, furioso per il tempo perso, l’aveva bastonato e obbligato a gridare verso Dio la preghiera:
-Dio fateli correre!
(Stavano andando a prelevare un altro grosso gruppo di clandestini che avrebbero pagato tanto oro quanto pesavano, pur di poter essere portati in quella Terra Promessa).
E così lui aveva fatto. Mondo infame pensava Giufà. Poi pensò al padre che alla fiera dell’est per due soldi un topolino comprò quando venne il gatto che si mangiò il topo che …
Giufà canticchiava e si riposava sulla spiaggia, proprio là, sopra il punto in cui la Sicilia poggiava sulla colonna sorretta dal grande amore di Cola Pesce.
Sembra che Giufà abbia sentito qualcosa, non sa se un gemito o un lamento straziante, ma abituato com’era a lamenti e pianti, pensò che probabilmente era stato lui stesso ad aver emesso quel suono. (A quei tempi, non esistendo ancora gli psicologi, non si sapeva ancora che tipo di disturbo fosse) Però, poi, quando Giufà vide il genio della lampada di Aladino,
– Arrivo, arrivo- brontolava quest’ultimo mentre si tuffava tra i gorghi del mare districandosi dalle grinfie della Gorgona, capì che stava accadendo qualcosa. Fu così che Giufà, temendo di venire coinvolto in qualche altra storia in cui lui, o metaforicamente o concretamente, le avrebbe prese, se la diede a gambe, tremava Giufà:
MA..fi…a…
Mamma figlio ahi!
-allora Giufà, il genio della lampada di Aladino non lo mollava, Giufà dimmi cosa vuoi, ti do tutto quello che vuoi.! Tutto? Chiese incredulo. Sí, tutto quello che vuoi. Senza nessuna condizione? Non vuoi niente in cambio? No, non devi darmi niente. Niente, proprio niente? Sí, proprio niente, solo che tutto quello che tu ricevi, lo riceveranno triplicato tutti gli altri. Se io chiederò un palazzo, gli altri ne riceverrano ognuno tre? Sì. E se io avrò un cavallo gli altri ne riceveranno ognuno tre? Sí. E se io chiederò una moglie, gli altri ne avranno tre? E il prete che avrebbe detto?! Giufà, Giufa! A Giufa venne im mente di chiedere al genio una disgrazia in modo che gli altri ne avrebbero ricevute tre!
Quanto avrebbe voluto avere gli stivali del gatto con gli stivali Giufa! Però, benché lo desiderasse con anima e corpo, di quel gatto non vide neanche l’ombra, tutt’altro scorgeva solo lupi e lupare e mentre correva bruciandosi i piedi nudi su quella sabbia rovente, vide avvicinarsi un drappello di minacciosi cavalieri al galoppo. Giufà riparò con un salto dietro ad un macigno ciclopico di cemento armato sul quale erano impresse le impronte delle mani di Polifemo.

Una Storia di Colapesce  formato Pdf

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