Una storia di Colapesce (I)

Racconto ispirato alla leggenda siciliana di Colapesce

Primo episodio

Il telone del cantastorie

-Sentite, sentite. Venite e sentite
dell’inizio della lite, di questa vita
benedetta e maledetta, e con parole schiette
vi dichiarerò la verità mai detta.

Faticava il cantastorie con la sua chitarra a tracolla che magica non era. Si sbracciava e sudando al potente sole siciliano, ripeteva un rito antico più del mondo, seppure sempre giovane nel ricordo frammisto al presente, come acqua corrente, dissetante quando c’era, che faceva arrabbiare quando non c’era …
-Verrà l’acqua pure a casa vostra:
-Fermatevi e ascoltate, mentre l’acqua
-che sgorga dai tubi aspettate.
-Smemorati senz’acqua Sentite e ricordate!
E la gente che andava al mercato si fermò. Avevano sete in molti. Dopo una granita al limone con relativa brioche croccante, Il cantastorie iniziò Il suo racconto, cantato con una voce rauca, una voce intonata alla carga terra da cui proveniva, una voce un po’ stonata per quelle orecchie sensibili ai toni e alle tonalità del festival di San Scemo. Alla sua destra aveva srotolato una tela alta il suo doppio, un ciclo pittorico creato dopo quello della Cappella degli Scrovegni. La gente s’incuriosì: non rappresentavano i soliti paladini di Francia o le sembianze di un qualsiasi padrino e dei tanti soci. Se non fosse stato per il chiasso della moltitudine e soprattutto se non ci fossero stati quei trenta gradi Celsius già a quell’ora della mattina, la gente avrebbe potuto pensare di trovarsi nella chiesa Matrice al cospetto di quegli sfondi azzurrini, immersa in mistica frescura.

La gente racconta del racconto iniziato in parte così: Vi ricordate della giornataccia di quei due debosciati, scacciati dal paradiso terrestre per una storiaccia di frutta non secca e di serpenti uno? Ebbene, quel giorno, un Dio, il Dio nostro o uno di quelli degli altri, era nell’alto dei cieli, e anche alquanto alticcio. Sarebbe stato l’abuso (neanche le divinità sono perfette) di quel nettare che gli umani chiamarono poi vino?
E cosa credete che il vino faccia effetto solo a voi? Non peccate di superbia! Che l’ebbrezza è una cosa divina! È degna di re e d’imperatori e qualche volta anche di creatori. Tanti sono i bevitori a credersi creatori! Così come quanti sono i creatori a fantasticare da bevitori? Bene, a quel bevitore, scusate, volevo dire a quel creatore, vennero le lacrime agli occhi, naturalmente lacrime divine. Si era commosso alla vista di quei due là sotto: scappavano a rotta di collo tra fulmini e tuoni, tra belve e ruggiti. Una di quelle adorabili lacrime gli stava scivolando giù da una gota celeste …No, non pensate all’acqua dei rubinetti delle vostre case, che quella goccia era non solo salata, ma anche argentata: imbevibile, imbevibile vi dico!
Allora, a quella lacrima diede un bacione nel cielo e un bacino sulla terra, un bacino più grande della diga del Disueri, che dico, nessuno si disperi, più grande della diga del Niagara! La cosa gli piacque. Nella sua adorabile allegria canzonò gli umani, alzò il calice nel più alto dei cieli e brindò alla salute del paradiso eterno, prosit, campai, cin cin, e cheers e, terminando alla russa, disse droboioska o qualcosa di simile e lanciò il suo divino calice là sotto. Destino volle che il calice cadesse proprio lì, nel bacino della divina lacrima d’allegria. In men che non si disse migliaia d’uomini e anche qualche donna vennero a sapere, di quel capriccio divino, perciò, anche se la curiosità è femmina, decine e centinaia d’esseri maschi e battaglieri accorsero da tutti gli angoli della terra. Mamma mia santissima! Quanti ne arrivarono di mori e biondi, di baffoni e buffoni, di legionari e caproni, di polentoni e terroni! Solo tre di questi, racconta la storia, per colpa di una cometa, sbagliarono la strada e finirono a Betlemm (D’Adamo ed Eva non si seppe più nulla). Tutti gli altri arrivarono a frotte, dando così inizio a sanguinose contese miranti ad accaparrarsi qualche posticino in quel bacino divino. Poi quel bacino fu chiamato Mediterraneo e quel calice prese il nome Sicilia.
La storia del cantastorie durava e durava; c’era chi andava e c’era chi veniva; chi si spostava e rideva e chi veniva e piangeva. La storia continuava e si trasformava. Una volta era una e la stessa e altre volte era una versione diversa della stessa. Si racconta che si racconta, che racconta tu, racconta io…

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